Tempo fa, ho assistito ad un incontro tra docenti esperti di diritto romano. I relatori si chiedevano, assumendo posizioni diverse e sfumate, se il diritto romano fosse ancora riconoscibile negli istituti moderni del diritto privato italiano o se, invece, le sue strutture, forme e procedure fossero state obliate perché del tutto incompatibili col diritto moderno e i suoi sviluppi. L’episodio, per me doloroso e sconcertante, del Liceo Beccaria, ha fornito indirettamente una risposta a quel quesito, o, almeno, ha sbilanciato la discussione a favore della tesi della continuità giuridica dall’antica Roma ai giorni nostri.
La scuola italiana vive da molti anni un periodo estremamente confuso, con troppe riforme mal gestite e peggio realizzate e una costante turbolenza su qualsiasi argomento. La ricerca e l’innovazione sono diminuite, i risultati Ocse-Pisa rimangono deludenti, l’Invalsi certifica un’Italia scolastica a troppe velocità. Non c’è accordo su quasi nulla ed ogni provvedimento è costretto a defatiganti azioni di convivenza con quello che c’era prima e che viene difeso a qualunque costo. La scuola è però viva, piena di ottimi professionisti, disorientata ma non rassegnata, stanca di riforme ma in attesa di nuove riforme. Insomma una situazione difficile da governare, dove l’autonomia convive con il centralismo e le tendenze manageriali con l’assemblearismo.