Gli scritti di Simone e la stupidità di Internet

 

Franco De Anna

 

 

 

A uno studioso e ricercatore come Simone si chiederebbe, non in quanto specialista insigne in una disciplina, ma in quanto intellettuale, di osservare almeno due cautele nella elaborazione del giudizio.

La prima: quando ci si esprime sulla scuola, cercare di evitare di usare come parametri di riferimento per i propri giudizi la memoria della propria scuola, di quella cioè che si è frequentata e che ha costituito la premessa per lo sviluppo personale e professionale successivo. Se stai parlando ai contemporanei e di questa scuola, e se tieni conto della tua autorevolezza di intellettuale (chi contribuisce a costruire senso), è bene che le tue misure non utilizzino come raffronto il tuo liceo classico frequentato molti decenni fa.. Non perché quella fosse una esperienza negativa, ma perché irriproducibile nel contesto attuale. La scuola ha mutato funzione sociale e semmai il compito di un intellettuale sarebbe contribuire a costruire significati e senso di tale mutamento. (E ce ne sarebbe gran bisogno). Altrimenti si fa solamente esercizio passatista se non francamente reazionario.

 

La seconda: mettere a frutto la propria scienza anche contro il proprio senso comune (che cosa dovrebbe fare altrimenti uno scienziato?)per esplorare scientificamente la realtà in cui si vive, la sua dinamica, le sue novità. Altrimenti come dico sempre: anche Benedetto Croce avrà affermato, qualche volta nella vita, chi la fa, la aspetti...Ma non per questo dobbiamo assumere tale affermazione come tributaria del suo pensiero. (Semmai ci si potrebbe maliziosamente chiedere se qualvolta la abbia usata, come esame di coscienza, nel considerare la sua funzione rispetto alla cultura e alla politica italiana ehm).

 

Nel merito della questione (scuola e cultura digitale, per sintetizzare..), non ottemperare a queste due condizioni, oltre che generare giudizi che rappresentano autentiche sciocchezze, come bene ha rilevato Maurizio Tiriticco, fa correre il rischio di alimentare un approccio ristretto alla questione.

 

Quell’approccio che in sostanza afferma che trattandosi di tecnologie, tutto dipenda dall’ uso che se ne fa.

 

C’è ovviamente grande saggezza in tale affermazione. Ma non credo proprio che sia esaustiva né in questo caso concreto (gli effetti sulla scuola) né in generale sul rapporto tra tecnologia, cultura e società.

 

Naturalmente tra lo sviluppo e la disponibilità di tecnologia e le sue ricadute culturali e sociali non vi è alcun determinismo causale. C’è sempre (almeno) un grado di libertà, quello appunto almeno costituito dalla scelta che se ne fa.

 

La diffusione domestica delle macchine per lavare o dei frigoriferi ha certamente influito oggettivamente sulla condizione femminile in termini di potenziale liberatorio. Ma affermare che l’emancipazione femminile sia causalmente legata agli elettrodomestici è evidentemente una sciocchezza sia che ciò sia affermi da parte degli emancipatori, sia da parte degli stimatori del tempo andato che dovrebbero opporsi alla loro diffusione per non vedere messi in pericolo i privilegi del primato maschile.

 

Ma oltre tale saggezza vi è qualche questione più profonda da esplorare.

 

Simone avrebbe dovuto ricordare, dalla sua scienza, di come Platone si opponesse allo scritto ed allibro (ovviamente depositando nel libro tale sua opposizione). Forse tale pensiero avrebbe contribuito a qualche auto ironia che lo avrebbe messo al riparo da quelle di chi gli ricorda di avere scritto il suo testo su un computer  e di averlo mandato via internet al giornale che lo ha ospitato.

 

Ma forse avrebbe potuto aiutare a dilatare la riflessione su scenari ben più ampi.

 

Siamo (Simone, Tiriticco e tanti  quasi tutti  noi) prodotti della colonizzazione guttemberghiana del sapere, della cultura e della scienza. Una colonizzazione che dura qualche centinaio di anni, e che ha trasformato profondamente (ben oltre la considerazione circa l’uso che se ne fa dei suoi prodotti tecnologici, e cioè il libro) la produzione stessa del sapere e della cultura, oltre che la loro circolazione e la loro memoria, dunque la durata nel tempo e la loro riproduzione.

 

La trascrizione ed il deposito del sapere su un supporto materiale e riproducibile ha profondamente segnato (da qui il termine colonizzazione) sia la produzione e riproduzione stessa del sapere, sia l’organizzazione sociale dedicata a tale funzione riproduttiva: dalla scuola alla organizzazione della ricerca scientifica, alla riproduzione sociale dell’informazione.

 

Siamo agli inizi di un’altra colonizzazione, che la diffusione sociale di alcuni strumenti (dal PC, all’Ipod, agli Iphone), segnala in modo evidente, ma che opera già da tempo più sotterraneamente nella organizzazione sociale.

 

Non cè bisogno di parafrasare Walter Benjamin (che se lo chiedeva rispetto all’opera d’arte..) e di scomodare Derrida, per chiedersi cosa produrrà tale nuova colonizzazione. Cosa sarà il sapere e la sua organizzazione nell’epoca della sua riproducibilità infinita?

 

Il primo approccio(l’attenzione alluso che si sceglie di fare delle tecnologie) sarà utile per giudicare se una LIM viene usata semplicemente come un proiettore, o Internet solo come qualche cosa che ci risparmia la fatica della ricerca e dello studio, mettendoci a disposizione il già fatto universale e risposte che non richiedono il nostro lavoro cerebrale, se non qualche abilità da skipper

 

Ma il secondo è ben più radicale, e,  trasferito nella scuola e nei processi di apprendimento, non può che sollecitare ricerche attente, capacità di discriminare tra entusiasmi acritici e sensibili alle fenomenologie immediate (spesso soffrono di ciò molte elaborazioni relative ai nativi digitali: il guaio di espressioni fortunate è che rischiano di essere ripetute senza grande impegno di discriminazione), e studio ravvicinato non solo ai processi di concettualizzazione e costruzione delle conoscenze, ma allo sviluppo complessivo, psico fisico, dei soggetti in formazione e nelle diverse fasi ed età dello sviluppo.

 

Insegnare è un mestiere pratico. Ha bisogno non di innamoramenti verso tecniche e strumenti, ma di una borsa degli attrezzi ricca e multiforme,capace di affrontare, in modalità adattative, situazioni diverse e problemi diversi.

 

Ma un bravo artigiano ha, proprio per questo, bisogno di conoscenze approfondite di lettura e analisi dei problemi specifici. Ha bisogno di teorie da falsificare. Di conoscere lo stato dell’arte sua e contemporaneamente di adeguare con scienza ed esperienza mezzi e fini disponibili alla realtà concreta che ha di fronte. Seho una tavola di abete a disposizione e devo costruire un sedile progetterò al meglio una sedia o una panca. Inutile che progetti qualche cosa di simile aduna chaise long alla Le Corbusier.. Ma sarà bene che conosca i disegni e glioggetti di quest’ultimo.

 

Il mestiere dell’insegnante non richiede innamoramenti verso tecniche e strumenti. Ma scienza ed esperienza per usarne al meglio. C’è una dimensione permanente di ricerca in questo mestiere, e la necessità di disporre di buone teorie scientifiche.

 

Pensate, per fare solo un esempio, ai padri del pensiero psicopedagogico, da Piaget aVygotskyPensate ai laboratori sui quali Piaget elaborò le sue teorie sulla dinamica dello sviluppo e della concettualizzazione.Tutti sappiamo che il suo laboratorio era fatto di pochissimi casi e operava su un campione tutt’altro che scientifico Ebbene oggi abbiamo davanti un laboratorio di massa per comprendere davvero il rapporto tra formazione e nuove tecnologie e l’influenza di queste ultime sui processi di accesso ed elaborazione del sapere da parte dei soggetti informazione, durante tutte le tappe del loro sviluppo fisico e psicologico. Un laboratorio di massa, non semplicemente gli entusiasmi e i fondamentalismi, ma neppure le disinvolte generalizzazioni come quelle spesso sottese alla formula nativi digitali.

 

Solamente due esempi concreti, tratti dal lavoro che sto facendo, sul campo, di analisi ravvicinata di esperienze di scuola digitale (scuole del primo ciclo), ed in rapporto diretto con insegnanti che sono entusiasti dell’uso d queste tecnologie, e contemporaneamente disponibili ad approfondire le questioni.

 

Scavando in aree fondamentali della formazione e dello sviluppo del soggetto, come l’educazione motoria, quella artistica, quella tecnologica, e anche in quella dell’apprendimento della scrittura e della lettura, si appalesano interrogativi fondamentali, che investono sia la scuola, sia la diffusione sociale delle tecnologie e degli strumenti digitali.

 

Proprio a partire da tali aree formative si scopre la messa in discussione anche radicale del nesso mano-cervello che sta alla base di qualunque processo di formazione (del resto è alla base della stessa civiltà dell’uomo..).

 

Gli studenti sono posti di fronte ad una macchina universale che consente loro di esplorare in tempo reale l’intera enciclopedia del sapere (dalla scienza all’arte..), di simulare e ricostruire le condizioni reali più disparate (dallo scrivere alla fidanzata a simulare una fissione nucleare..); il circuito mano-occhi-cervello chiuso tra la tastiera e mouse e lo schermo è potentissimo e capace di annullare qualsiasi distrazione. Ma il gesto della mano è sempre il medesimo, qualunque cosa si faccia: un dito che fa click sul mouse

 

Gli effetti a lungo termine sotto il profilo dell’assetto psico fisico sono evidenti. Ma anche sotto il profilo della elaborazione di sapere e conoscenze. A parte l’evidenza sul piano dello sviluppo fisico ( e sono numerosi i rilievi sui limiti della motricità di numerosi bambini, che arrivano a scuola già digitalizzati sia pure nel mondo dei giochi), l’educazione all’arte non può non misurarsi con la manipolazione concreta di materiali, e non solo con le rappresentazioni multi mediali. La tecnologia si misura sempre con spazi, tempi, movimenti concreti, misure concrete e approssimazioni programmare un robot è diverso che simulare al PC. 

 

Lo stesso apprendimento della scrittura si confronta con condizioni di manualità che possono essere compromesse dalla coazione ripetitiva del click del mouse e dello stesso battere sulla tastiera.

 

Come correggiamo la mediazione tra i vantaggi e le enormi potenzialità cognitive della strumentazione digitale e i limiti psico-fisico-antropologici del loro imporsi precoce nei processi di apprendimento e della loro influenza sullo sviluppo complessivo del soggetto?

 

Il secondo esempio mi viene sempre dalla osservazione diretta in classi impegnate con la strumentazione digitale, e in condizioni ottimali: disponibilità diffusa degli strumenti (non laboratori dedicati), docenti entusiasti e attenti, compiti e consegne affidate alla operatività autonoma dei discenti.

 

I ragazzi sono davvero  presi e impegnati, anche in dimensione straordinariamente collaborativa tra loro. La presenza anomala dell’ispettore che osserva viene subitamente ignorata, dopo la prima reazione di sorpresa.

 

Ebbene, ciò che balza agli occhi è il sostanziale annullamento spazio temporale del circuito stimolo-risposta nelle loro autonome attività.

 

Il cortocircuito della catena causale stimolo-risposta supera ogni linearizzazione, ogni impegno di seriazione analitica. Le risposte sono sempre globali e sintetiche. Procedono per frame,non per script.

 

Il lavoro consente assemblaggi complessi riducendo tempi e procedure, chiudendo il campo all’analisi e mettendo a disposizione rapidissime, quasi istantanee,ripetizioni di procedure; anche la correzione degli errori è sottratta alla serialità dell’analisi. Inoltre (ma bisognerebbe rifletterci ulteriormente) la valutazione dell’errore viene sostituita dall’effetto non desiderato o non esteticamente apprezzabile e rapidamente sostituibile.

 

Una potenzialità produttiva che qualunque professionista, dall’architetto all’ingegnere, allo scrittore di romanzi, non può che apprezzare

 

Ma un soggetto informazione? Un soggetto impegnato ad apprendere cosa apprende davvero?

 

Ricordo, con sgomento,che da qualche istituto di ricerca ci vengono proposte come nuovo e positivo orizzonte categorie come intelligenza utilizzatrice; ..men oconcentrata ed analitica; .. scoprire informazioni estraendole off brain  webmediate piuttosto che in operazioni cognitive.. per finire con una inquietante  .. Capaci di risolvere problemi indipendentemente dalle conoscenz epossedute. (Si veda per una panoramica l’articolo Digital brain e Net intelligence in www.educationduepuntozero.it)

 

Le competenze off brain mi fanno ovviamente rabbrividire, se penso al mio medico o all’ingegnere che mi costruisce la casa Ma quando si parli di soggetti in formazione la cosa si fa, se possibile più seria. Di nuovo la domanda: un docente come riesce a coniugare potenzialità enormi che le tecnologie gli mettono a disposizione,con fenomenologie critiche come quelle che, nella loro parzialità, metto in evidenza in queste righe?

 

Di nuovo l’esortazione: ricerca, ricerca, ricerca. E sul campo, evitando innamoramenti su tecniche e strumenti.

 

Aggiungo un ultima considerazione. La disponibilità di un laboratorio di massa costituito dalla diffusività e pervasività di tali tecnologie può utilmente spostare l’attenzione da imparare cosa a imparare a imparare, come da suggestioni postmoderne..

 

Sembrerebbe il trionfo del costruttivismo. Ma anche qui un dubbio falsificante, ovviamente posto sotto forma interrogativa.

 

Siamo davvero sicuri che in nome dell’imparare ad imparare, ai nostri cuccioli (nona noi adulti) debbano essere totalmente risparmiate le lunghe e noiose attività seriali delle esercitazioni ripetitive, addestrative,che ai miei tempi cominciavano con la penna tenuta opportunamente tra le dita e con la ripetizione ossessiva, e controllata da valutazione rigorosa, di caratteri, numeri, figure geometriche allineamenti, dimensionamenti ordinati? Oggi ha da essere tutto costruttivismo o qualche spunto comportamentista mantiene funzioni formative?

 

Quella serialità era ossessiva, selezionatrice, spreco di potenzialità e mortificazione di creatività. Ma era totalmente inutile? C’è qualche cosa che può/deve essere recuperato perché insostituibile, per i cuccioli che devono imparare ad andare a caccia nella foresta (quella reale, non quella simulata sullo schermo)?

 

Più inquietante ancora:’è qualche rapporto, e se sì quale, tra l’abbandono di tali esercizi di serialità ordinata e ripetitiva (per esempio nell’apprendimento della  scrittura e degli algoritmi del calcolo) e ladiffusione anomala che si registra di disturbi di dislessia e discalculia?

 

Infine una considerazione di civiltà, al di là delle problematiche scolastiche. Un libro,questo prodotto della colonizzazione guttemberghiana, ha una vita potenziale d qualche secolo. E un deposito di memoria, non universale e né istantaneamente disponibile, ma di lunghissima durata.

 

Quanto dura il supporto materiale di una memoria digitale? Le nostre pennette qualche anno (pochi) e non per obsolescenza tecnica ma proprio per deperiment materiale. Un poco di più i supporti ottici, ma sempre non confrontabili con  i fossili guttemberghiani.

 

Dobbiamo abituarci a pensare a depositi che stanno nella nuvola della rete, nel cloud come si ama ripetere? Potenza e fragilità insieme dunque.

 

Torniamo alla nostra domanda, alla quale Simone, da buon intellettuale avrebbe dovuto aiutarci a rispondere: che cosa è e cosa diventa il sapere nell’epoca della sua riproducibilità e interrogazione universale?

 

 

 

Franco De Anna