La conferenza biennale del Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE), tenuta a Firenze dal 20 al 22 maggio, ha affrontato il tema “L’educazione per combattere l’esclusione sociale”. Il convegno ha rappresentato l’occasione per uno scambio fra attori istituzionali e sociali europei sulla base del quale il CESE formulerà proposte alle istituzioni della UE affinché sia possibile pervenire ad azioni politiche concrete in questo ambito.

L’educazione contro l’esclusione sociale
L’argomento prescelto è cruciale in questa fase della crisi, ma inattuale per il governo italiano che, infatti, ha disertato l’evento. Un’assenza che non stupisce, visto che le politiche italiane anti-crisi sono del tutto anomale nel panorama europeo e internazionale, perché solo in Italia scuola, università e ricerca sono state individuate come uno dei principali settori da colpire per ridurre la spesa pubblica. Di fronte alla crisi le reazioni degli altri paesi sono diversificate, ma sempre orientate a potenziare gli investimenti nei sistemi formativi o almeno a salvaguardarli dai tagli. I paesi che hanno aumentato di più gli investimenti (es. Germania e USA) hanno attribuito un ruolo centrale a istruzione e formazione sia per le exit-strategy dalla crisi, sia come stimolo all’economia per contrastare gli effetti della recessione (ad es. attraverso piani di edilizia scolastica e di sviluppo delle dotazioni tecnologiche delle scuole). Altri paesi, pur non avendo aumentato in modo consistente gli investimenti hanno cercato di non colpire scuola e università e, in ogni caso, di evitare i tagli generalizzati, con interventi di contenimento della spesa in settori ritenuti meno cruciali, spesso bilanciati da maggiori spese per qualificare l’offerta. Inoltre questa seconda tipologia di comportamento è spesso praticata da paesi la cui spesa per l’istruzione in rapporto al prodotto interno lordo è molto più alta della nostra, come nel caso dei paesi scandinavi. 
Questa funzione strategica degli investimenti in conoscenza per contrastare gli effetti sociali della crisi e per rilanciare la crescita economica è stata al centro sia dell’introduzione di Mario Sepi, Presidente del CESE che delle conclusione di Josè Manuel Barroso, Presidente della Commissione Europea. Dai lavori della conferenza del CESE l’educazione esce come lo strumento principale per combattere l’esclusione sociale, accedere al mercato del lavoro, esercitare la cittadinanza attiva.
Attraverso tre seminari, nei quali sono intervenuti numerosi rappresentanti della società civile, sono emerse esperienze e proposte per contrastare la realtà di esclusione sociale che colpisce oltre un quarto della popolazione europea (povertà, disabilità, appartenenza a una minoranza etnica, difficoltà di integrazione culturale, precariato lavorativo).   

Le indicazioni europee e le scelte italiane
Le principali indicazioni scaturite sono in netta controtendenza con le politiche formative del governo italiano:
•    Infanzia e primo ciclo dell’istruzione: puntare sull’educazione durante l’infanzia per il ruolo decisivo giocato del decondizionamento precoce nella prevenzione dell’insuccesso scolastico e della dispersione (il governo italiano riduce pesantemente le risorse agli enti locali che a loro volta tagliano su nidi e scuole dell’infanzia; il Ministro Gelmini taglia il tempo pieno, riduce il tempo scuola e destruttura i modelli di qualità della scuola primaria).
•    Competenze chiave di cittadinanza: assicurare a tutti i cittadini una solida competenza culturale di base, necessaria per ogni tipo di competenza professionale e per continuare ad apprendere per tutta la vita (il governo italiano ripropone per i soggetti più svantaggiati l’uscita a 14 anni dai percorsi di istruzione verso percorsi precocemente professionalizzanti o per l’ingresso al lavoro a 15 anni attraverso il contratto di apprendistato).
•    Lotta alla dispersione scolastica: i percorsi educativi della “seconda chance”, di cui sono state presentate diverse importanti esperienze, non devono il alcun modo indebolire la tensione inclusiva dei percorsi di istruzione della “prima chance” (la canalizzazione precoce riproposta dal governo italiano e l’abbassamento di fatto dell’obbligo di istruzione confermano le pratiche scolastiche tradizionali di espulsione degli studenti svantaggiati).   
•    Costruzione di sistemi formativi fondati sul diritto all’apprendimento permanente: lo sviluppo di  politiche efficaci di apprendimento lungo tutto il corso della vita rivolte agli adulti sono necessarie per contrastare forme di esclusione sociale connesse ai diffusi fenomeni di dealfabetizzazione e per qualificare il capitale umano ai fini del sostegno all’occupabilità (il governo italiano taglia la già scarsa offerta pubblica di educazione degli adulti e non pone mano ad una legge sull’apprendimento permanente).

Europa 2020: la nuova strategia per inclusione, qualità, crescita
La nuova strategia “Ue 2020” conferma per i sistemi educativi europei il riferimento ai principi di inclusione e coesione, da cui consegue l’impegno per compensare e annullare le situazioni di svantaggio sociale e deprivazione culturale che possono tradursi in svantaggio educativo ed impossibilità ad esercitare pienamente i diritti di cittadinanza (obiettivo strategico 3).
Le difficoltà dell’Unione Europea nell’attuazione della strategia di Lisbona si riscontrano anche rispetto agli obiettivi fissati nel campo dell’istruzione e della formazione, nessuno dei quali è stato raggiunto, tranne quello riguardante l’incremento del numero dei laureati nelle materie scientifiche. La situazione rispetto al 2000 è invece addirittura peggiorata per gli studenti con scarse capacità di lettura.
In generale vi sono stati miglioramenti rispetto al 2000, ma sono stati mancati 4 su 5 degli obiettivi (*) ritenuti indispensabili per far diventare l’Europa “l’economia più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale”
Ciò vale anche per l’Italia che però si colloca su molti benchmark al di sotto, talvolta anche in modo consistente, della media europea. In particolare la partecipazione degli adulti alle attività di apprendimento permanente è non registra alcun progresso rispetto al 2000 e rimane inchiodata al 6,3% contro una media europea del 9,5% e a fronte di paesi come la Svezia al 32,4%, la Gran Bretagna al 20%, la Slovenia al 14%, la Spagna al 10,4%. Pesante anche la situazione italiana della dispersione scolastica con il 19,7 dei giovani italiani 18-24enni che possiedono al massimo la licenza media e sono fuori da ogni tipo di percorso formativo. La media europea e del 15,1%, mentre in Francia e Germania sono l’11,8%, in Finlandia il 9,8%; la situazione italiana è migliorata rispetto al 2000 quando il 25,3% dei giovani aveva abbandonato gli studi possedendo al massimo la licenza media, ma la strada da fare è ancora molto lunga ed ostacolata dalle scelte dell’attuale governo. Miglioramenti ci sono stati anche rispetto all’incremento dei diplomati passati in Italia dal 69,4% del 2000 al 76,5% dei 20-24enni, non lontani dalla media europea del 78,5%, ma distanti dall’obiettivo dell’85% dal 91% della Polonia, dall’88% di Svezia e Irlanda, dall’86% della Finlandia, dall’83% della Francia.
L’Unione Europea ha reimpostato la strategia di Lisbona rivedendo alcuni indicatori, introducendone nuovi e spostando al 2020 i benchmarks fissati.
Il tasso di abbandono massimo è confermato al 10%, la partecipazione degli adulti alla formazione è aumentata al 15%, viene ampliato il possesso delle competenze tra i giovani che riguarderà, oltre alla comprensione del testo, anche la matematica e le scienze e è fissato all’85%. Sono stati, infine, introdotti altri due obiettivi: il possesso della laurea da parte almeno del 40% dei 30-34enni e la partecipazione di almeno il 95% alla scuola dell’infanzia.
Con la strategia “UE 2020” l’Europa continua a considerare decisiva la costruzione di sistemi formativi inclusivi e di qualità per uscire dalla crisi economica, sostenere la crescita e rafforzare la coesione sociale. Il governo italiano invece si appresta a varare una manovra che aumenterà l’iniquità sociale (in Europa solo la Polonia ha una sistema scolastico che realizza meno mobilità sociale di quello italiano) e produrrà ulteriore recessione economica (già prima della crisi da circa 15 anni l’Italia aveva una crescita economica inferiore a quella della media europea). 

Nota 
(*)I benchmark decisi a Lisbona nel 2000 e da raggiungere entro il 2010 riassumono questa strategia:
• il tasso di abbandono scolastico e formativo al massimo al 10%,
• un diploma secondario conseguito da almeno l’85% della popolazione tra 20 e 24 anni,
• la partecipazione di almeno il 12,5% della popolazione adulta (25-64 anni) alle azioni di formazione permanente,
• l’incremento di almeno il 15% dei laureati nelle materie scientifiche,
• la riduzione di almeno il 20% dei 15enni privi del livello di base della capacità di lettura.

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