Ho letto con grande interesse, come sempre, l’articolo di Tiriticco a presentazione del testo della Spinelli (Officina di uomini): “Un contributo per l’innovazione didattica”.
Condivido il commento e, soprattutto, la considerazione che Maurizio propone utilizzandolo come spunto. Non avrei da aggiungere altro se…un “cortocircuito” di pensieri non si innescasse proprio dagli spunti di riflessione che l’amico Tiriticco propone.
Confesso solo una sorta di "malessere" che mi induce il tono di "nuovismo" che spesso accompagna espressioni che, ricche metafore fondate sull’esigenza di "efficacia comunicativa", rischiano di opacizzare i significati e rendere arduo ogni approccio critico, soprattutto se ripetute e consumate nella comunicazione mediatica.
Così è, per esempio, dell'espressione "società della conoscenza" che vorrebbe indicare che alla produzione di merci, nella fase storica attuale, si è sostituita la “produzione di sapere”...
Bisognerebbe raccontarlo ai cinesi...il cui “lavoro materiale” alimenta, con la mediazione del possesso del debito pubblico USA da parte dei Fondi sovrani cinesi, le politiche economiche e sociali dell’amministrazione americana, compresa la riforma sanitaria di Obama…Oppure che aiutano la Grecia a riconquistare la “fiducia dei mercati” impossessandosi delle sue ferrovie, dei cantieri navali, dei bond…Il tutto a carico degli “uomini di officina” cinesi.
Senza approccio critico si rischia banalmente di 1) rendere universale ciò che caratterizza solo una parte del mondo, 2) rendere universale ciò che caratterizza il futuro di solo una parte anche dell'umanità "avanzata", 3) offrire una sponda inconsapevole a processi di dematerializzazione dell'economia che costituiscono "solamente" uno degli estremi della polarizzazione sociale che caratterizza la nostra storia dagli anni '80 in poi.
Spiegare la "società della conoscenza" al tavolo sul futuro e sull’oggi della FIAT potrebbe essere esercizio assai utile per falsificare, popperianamente, la metafora che usiamo con così pensosa disinvoltura.
Ma, similmente, anche il pensare che sia "nuova" la scoperta del funzionamento della mente che avvalora l'approccio costruttivista...
Via: la stratificazione dell'encefalo umano che conserva alla base il suo bravo “cervello da rettile”.... le funzioni dell'amigdala nel governare/dirottare le risposte automatiche, istintuali, passionali ecc...e dunque nel mescolare razionalità e affettività, son cose note da (almeno) quarant'anni.
Per tacere, sotto il profilo filosofico, della "crisi della ragione" o del "pensiero della tecnica" e delle sue connesse "enciclopedie" ...qui gli anni si avvicinano al secolo. Anche se è vero che qualche “filosofo” che fa opinione ci intrattiene oggi riscrivendo più volte e con costanza, come “cosa nuova”, Nietzche o Heidegger...
Ho come la sgradevole impressione che spesso dimentichiamo il movimento "pendolare" della storia...e smarriamo il senso di quale punto dell'oscillazione stiamo attraversando.
Ovviamente le oscillazioni non ripercorrono mai gli stessi piani, ma fanno ritrovare spesso "il già noto" che accompagna e si intreccia con il "nuovo".
Una maggiore attenzione a tale combinazione (il punto attraversato dall'oscillazione) potrebbe aumentare le nostre capacità sia di comprensione, sia di intervento e dunque di "previsione", con il corredo necessario di speranze, impegno, lotta...
Altrimenti, si invera l'affermazione di Marx (se è ancora possibile la citazione) sui due "napoleoni": il grande attraversò la storia con il passo della tragedia, il piccolo come una farsa...
Per stare alla scuola: davvero in nome "dell'imparare ad imparare" pensiamo di buttare tutto ciò che il comportamentismo ha rielaborato, anche solo avvalorando elementi secolari del "fare scuola"? Davvero possiamo escludere dall'apprendimento la necessità di attività ripetitive, esercitative, mnemoniche, "addestrative"? E la loro connessione con strutture valutative premiali o punitive? Io non lo credo.
Le più recenti ricerche sulla mente dell’uomo danno basi solide al costruttivismo? Vero…ma è altrettanto vero che il behaviorismo abbia altrettanto solide basi in accertati meccanismi “fisiologici”…
Qualche saggio pensiero sul pendolo dovrebbe consentirci di ricomporre il nuovo ed il vecchio, distinguere le scuole di pensiero o semplicemente le mode, dalla conduzione di processi reali.
Ho sempre pensato all'insegnamento come ad un "mestiere pratico", artigianale: quello che conta è avere una borsa degli attrezzi ben fornita e multiforme, capace di affrontare una pluralità di condizioni di lavoro e di problemi. Una borsa degli attrezzi che non è sostituibile da una buona teoria (men che mai, ovviamente, da una cattiva…)
Trovo assai indicativo in tale senso, per esempio, un contributo comparso su educationduepuntozero di un docente che si chiedeva: come faremo a rendere compatibili i futuri test INVALSI con le diverse metodologie di insegnamento per esempio del latino? Il collega si chiedeva: e se io seguo l'approccio generativo...? E via esemplificando. Più che apprezzabile la problematica; ma...appunto...
Per chiunque abbia esperienza di “ricerca” (quella vera…) è assolutamente ovvia la constatazione che tale lavoro è fatto di procedure ripetitive, reiterazione di misure, di sperimentazioni, controllo minuzioso e maniacale dei risultati…
Non solo, ma ogni progetto serio di ricerca è scomposto in segmenti parziali: ciascuno porta quotidianamente il suo “mattone”, spesso per consolidare un edificio esistente, o sottoporlo a manutenzione…Una “disciplina” del lavoro che va “imparata” da piccoli…
Certo, una volta ogni qualche decennio arriva qualcuno davvero “creativo” e, anche grazie ai “mattoni” che quotidianamente il singolo ricercatore ha faticosamente portato, riedifica un nuovo edificio…(una nuova teoria..); ma nessuno lavora nella ricerca pensando quotidianamente di riiscrivere la teoria della relatività…
La “produzione di sapere” (questo è la ricerca, che sia pura o applicata) è “lavoro di officina” non meno che la “produzione materiale”. Sotto il profilo formativo richiede qualità non dissimili (sotto il profilo formativo…)…non è “quotidiana creatività” come qualcuno può mitologicamente ritenere...
Argomenti analoghi si possono ricordare per le suggestioni legate al “laboratorio” come dimensione dell’apprendimento. Il laboratorio (quello vero) reclama, appunto, le medesime qualità di applicazione, reiterazione, controllo, parcellizzazione delle funzioni operative…
Ho una formazione secondaria di tipo tecnico (primi anni ’60). Altrove potrei raccontare più estesamente, ma in sintesi posso fondatamente sostenere che il tanto (tanto!!) di laboratorio e di officine che allora si faceva avevano una sola “ragione funzionale”: apprendere la “disciplina del lavoro”.
Con le tante esagerazioni e condizionamenti subalterni che quegli ordinamenti avevano mi sono serviti, sia per apprendere il lavoro di ricerca che ho successivamente sviluppato all’università, sia per apprendere la “disciplina della ribellione”.
Ovviamente non erano in questione “scuole di pensiero” costruttiviste o comportamentiste, ma una “selezione sociale” mirata. (In quegli anni si iscriveva alla secondaria superiore assai meno della metà dei giovani in età, e ancor meno la concludevano)
Ed è questo, prima di tutto, che rende improponibili oggi quelle esperienze, non il passaggio ad una “società della conoscenza”, impegnata nella “produzione di sapere” piuttosto che di merci (per chi? Dove? In quali condizioni operative?)
Di una cosa mi vado convincendo sempre più, a proposito di fase dell'oscillazione del pendolo della storia: siamo costretti probabilmente a misurarci con interrogativi radicali e storici sul significato del sistema istituzionalizzato di istruzione, educazione, formazione e dunque sul suo rapporto con la formazione storico sociale che lo annovera tra le sue strutture portanti.
E dunque sui significati simbolici e materiali degli apparati di “riproduzione del sapere” del loro rapporto con la società, il suo sviluppo culturale e materiale, le sue istituzioni, in particolare quelle degli stati nazionali (il loro “territorio di regole e significati” decade insieme al loro “territorio di riproduzione culturale”).
E' un processo di lunga durata che viene a scadenza. E non ci si aspetti un break point (il “nuovismo”)..piuttosto si attrezzi un faticoso break through, l’attraversamento di “nuovo e vecchio” come in ogni transizione storica...
Non ricaviamo risposte “chiavi in mano” dal ricorso a questa o quella teoria, ma almeno possiamo tentare di porci le domande giuste.

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