Faccio un invito ai miei men di 24 lettori: leggete attentamente il testo dei documenti FIAT proposti per l’accordo (separato) di Pomigliano ed in esso sostanzialmente accolti. In particolare gli interessanti allegati relativi all’organizzazione del lavoro e alla sua “disciplina”. (Li troverete agevolmente in rete).

Non intendo commentarli qui. Mi serve però ricordare solamente alcuni particolari significativi.
Segnalo l’allegato tecnico n.2 (da pag. 19) nel quale viene descritta l’applicazione del modello MTM (misura tempi) UAS (Universal Analysis System) al calcolo dei tempi e alle operazioni “produttive”.
Gli allegati sono ricchi di tabelle analitiche dettagliate, alle quali rimando.
L’unità di misura adottata nel modello è il TMU (Time Measurement Unit): 1 TMU vale 0.036 sec. Dunque un centesimo di secondo vale TMU 16.67.
Ricordo solamente qui che ogni movimento, ogni azione del lavoratore (da sollevare un pezzo a camminare per pochi metri) viene analizzato e misurato. Per esempio sollevare un pezzo pesante un kilo per piazzarlo ad una distanza di 20 cm vale dai 20 ai 40 TMU (secondo la difficoltà del movimento). Per un pezzo fino ad 8 Kili i valori sono dai 25 ai 50 TMU.
Camminare vale 25 TMU per metro, mentre piegarsi e/o raddrizzarsi vale 60 TMU. Sono solo gli esempi più semplici: vi lascio alla lettura degli allegati per approfondire (pag.25 del documento FIAT).
Naturalmente il modello di analisi è assai complesso e tiene conto in sostanza di tre grandi aggregati di variabili: la sicurezza, l’ergonomia, la produttività, e li integra nell’analisi di tempi, posture, prestazioni.
Inoltre non è un “modello FIAT”. Si tratta di un “protocollo” riconosciuto internazionalmente, per mettere a punto il quale hanno lavorato ricercatori e analisti a livello mondiale. Non vi è da dubitare che, da Pomigliano a Detroit alla Serbia, la Fiat ad esso si riferisca.
L’argomento di questo mio intervento non è l’accordo di Pomigliano e tanto meno le strategie FIAT. Dunque non approfondisco l’analisi. Mi limito a sottolineare

1.      Grande attenzione dell’opinione pubblica è stata posta alla questione “turni” e alla necessità di saturazione degli impianti. Poca o nulla ai centesimi di secondo con i quali viene misurata la “prestazione” del lavoro; saturazione degli impianti in evidenza da un lato, saturazione “del lavoro” dall’altro. Disciplina della disponibilità alla turnazione in evidenza da un lato; disciplina al minuzioso controllo psico fisico, fino a centesimo di secondo (taciuta) dall’altro.
Pure al dibattito “firmare o non firmare… prendere o lasciare” accanto ai lavoratori interpellati direttamente, abbiamo partecipato un poco tutti, se non altro in chiave “politica”. Forse una occhiata da vicino agli allegati tecnici avrebbe dato qualità e “sapienza” a quel dibattito.
2.      Come ho detto il modello di analisi dell’organizzazione del lavoro è assai complesso e più che fondato su analisi internazionali. Non sono in grado di “falsificarlo” (in senso popperiano). Ma…
Scientificamente (dalla matematica alla fisica alle scienze sociali) un “modello” è “una ricostruzione approssimata della realtà” (definizione semplice ma rigorosa). L’approssimazione del “modello” rispetto alla realtà consiste nel fatto che ad esso si perviene assumendo alcune della variabili che operano nella realtà e trascurandone altre, e “dichiarando” tale approssimazione. Dichiarazione tanto più necessaria quanto più la realtà sia complessa e dunque prodotta dalla interazione reciproca di numerosissime variabili (Immagino che tutto ciò sia oggetto di approfondimento di ogni docente almeno di discipline scientifiche, con i suoi studenti).
Nel caso specifico si tien conto di produttività, sicurezza, ergonomia…Ma di quali altre variabili si è deciso di “non” tenere conto? Lo lascio scoprire a voi….
3.      Per completare questo approccio: è previsto un “…importante investimento in formazione per preparare i lavoratori e metterli in condizione di operare nella nuova realtà produttiva…” Ovviamente le attività formative saranno “fortemente collegate alla logica...” del modello; i corsi saranno “obbligatori…il rifiuto…nonché la ingiustificata mancanza ai corsi…oltre a dare luogo alle conseguenze di legge, costituisce ad ogni effetto comportamento disciplinarmente perseguibile…”. Da sottolineare che “..le OOSS e la RSU confermano che non sarà richiesta all’azienda alcuna integrazione o sostegno al reddito per i lavoratori che partecipano ai corsi…”.(Pag. 5 del documento FIAT, recepito nell’accordo separato).
Lo spunto di analisi al testo dell’accordo di Pomigliano può tornare molto utile per estendere l’argomentazione a numerose questioni sulle quali spesso tanta pubblicistica sorvola o, al peggio, favorisce “semplificazioni e pregiudizi”, in una parola “ignoranze” cariche di conseguenze cultuali e politiche.
Per esempio il pregiudizio relativo alle sorti magnifiche e progressive della società post industriale; del post fordismo e del post taylorismo; del potenziale “liberatorio” delle Tecnologie della Comunicazione ed Informazione; delle “nuove frontiere” dell’organizzazione produttiva; della “qualità totale” e del “toyotismo”; della “domanda crescente di competenze e conoscenze” sul mercato del lavoro “ della “terza rivoluzione industriale”; della obsolescenza e della fine della “lotta di classe”; della “società flessibile” fruibile sette giorni su sette e 24 ore su 24…e così via.
Ma non è questo il luogo e l’occasione.
Pensando a tutto ciò ho “volto il capo” in altra direzione (verso le problematiche della scuola) e ho pensato che, se affrontate a partire dai centesimi di secondo usati per misurare le prestazioni di lavoro nel ciclo produttivo automatizzato della FIAT di Pomigliano (idem a Detroit o in Polonia o in Brasile…), le parole come “società della conoscenza”, “capitale umano”, “competenze e conoscenze” e finanche “merito e meritocrazia” che ricorrono nelle nostre discussioni dovrebbero costituire il lessico di una pericolosa associazione sovversiva, capace di destabilizzare la “razionalità tecnica” di quel protocollo, i rapporti interni all’impresa, le condizioni essenziali della produzione di ricchezza ….
Peccato che, normalmente, esse si accompagnino ad una esortazione che suona pressappoco così “..ce lo dice l’Europa…”. Difficile rappresentare la Commissione UE come un covo di rivoluzionari.
Eppure è vero e documentabile che le sopraccitate “categorie” che animano il nostro dibattito sull’istruzione, l’educazione, la formazione, provengono da lì. Vengono dai documenti della Cresson, dal protocollo di Lisbona, dalle raccomandazioni ed esortazioni che impegnano i membri dell’Unione…
E se provassimo ad approfondire? Intanto la collocazione storica. Si tratta di elaborazioni collocate alla fine e dopo il decennio di presidenza Delors (1985-1995).
Cito a memoria le tappe storiche e probabilmente tralasciando qualche cosa. Gli aggiornamenti più recenti, da Lisbona in poi, sono “pane quotidiano” del dibattito: da quei documenti traggono ispirazione, per esempio, le elaborazioni relative alle competenze.
·        “Insegnare e apprendere, verso la società cognitiva”, Libro bianco sull’istruzione. Bruxelles, Commissione delle Comunità Europee (1995)
·        “Portare a compimento l’Europa tramite l’Istruzione e la Formazione”, rapporto del Gruppo di Riflessione sull’istruzione e la formazione, Riassunto e raccomandazioni, Commissione Europea (1996)
·        “Apprendere nella società dell’informazione” Piano d’azione per un’iniziativa europea nell’istruzione 1996-1998, Bruxelles, Commissione delle Comuinità Europee (1996).
·        “Per un’Europa della conoscenza” Comunicazione della Commissione Europea Commissione Europea (1997).
·        “Memorandum sull’istruzione e la formazione nell’arco di tutta la vita”, Bruxelles, Commissione delle Comunità Europee (2000).
In parallelo voglio ricordare che nel 1983, ad opera di un consistente gruppo di grandi imprese (Nokia, Suez- Lyonnaise des Eaux, Renault, Saint-Gobain, Petrofina, Nestlé, British Airways, ThyssenKrupp, TOTAL, Royal Philips Electronics, Solvay, Deutsche Telekom, FIAT, Telecom Italia, ENI ecc) si diede vita all’ERT (European Round Table of Industrialists) con compiti di analisi e proposte sullo stato dell’economia europea, perché si rompesse l’immobilismo e si avviasse un massiccio processo di modernizzazione dell’industria di base in Europa.
L’ERT, negli anni successivi, avanzò alla UE una serie di proposte che andavano dalla privatizzazione di vitali settori pubblici, alla riforme dei sistemi pensionistici, alla nuova (de)regolamentazione del mercato del lavoro, alla riforma dei sistemi di istruzione pubblica.
Nel 1987 l’ERT diede vita ad un “gruppo di lavoro sull’educazione” che rimase in attività fino al 1999.
Anche in tale caso mi limito a citare i documenti più rilevanti in merito a quest’ultimo punto.
·        “Educazione e competenza in Europa” (Gennaio 1989)
·        “L’istruzione per gli europei. Verso la società della conoscenza” (Marzo 1995)
·        “Investire in conoscenza – L’integrazione della tecnologia nella scuola europea” (Febbraio 1997)
In linea con tali elaborazioni la Confindustria europea presentò
·        “Per una scuola di qualità: il punto di vista degli imprenditori”(Londra, 8 febbraio 2000).
I temi conduttori di tali elaborazioni sono (è il caso di ricordarlo?) la globalizzazzione dei mercati e della produzione, l’influenza delle nuove tecnologie, la riorganizzazione dei processi, la necessità che i sistemi scolastici e la formazione si dessero come obiettivo la costruzione di “competenze” in grado di favorire la flessibilità del lavoro, ecc..ecc…
Singolari assonanze? Diciamo che una consistente parte delle “parole d’ordine” sono travasabili da una documentazione (la UE) all’altra (l’elaborazione della grande impresa europea). Come che sia, l’idea che si tratti di una elaborazione “rivoluzionaria” e destabilizzante dell’ordine costituito declina decisamente dietro l’orizzonte.
Pure, perché non dirlo con qualche circospezione “avvertita”, quelle comuni categorie di pensiero sembrano nutrire gran parte del dibattito “democratico e innovativo” sulla scuola (e del resto la sinistra europea – qualunque cosa ciò significhi – ebbe per lunghi anni la responsabilità di conduzione della Commissione Europea…).
Ma più che i “documenti e le elaborazioni” mi interessano i fatti, per esempio quelli descritti nell’accordo di Pomigliano.
Proviamo a rileggere, alla luce di quei “fatti”, alcune delle suggestive categorie e concetti già citati.
Per brevità ne prendo in esame due: la “società della conoscenza”, e il “capitale umano”.
1. Nel linguaggio corrente “capitale umano” rappresenta una “suggestione” destinata a richiamare l’insieme delle risorse intellettuali, cognitive, creative, le abilità, le esperienze, le competenze delle persone, che si presentano “adeguate” ad affrontare la dinamica dello sviluppo scientifico, tecnologico, produttivo, dell’epoca attuale. Da qui le esortazioni ad “investire” nel capitale umano, a migliorarlo, e a dare a tale impegno il carattere duraturo “per tutta la vita”.
Ora, il termine “capitale”, sotto il profilo “scientifico” non è semplicemente assimilabile a “una certa quantità di ricchezza”. Un patrimonio, una somma di denaro diventano “capitale” solo se sono immesse nel circuito di “valorizzazione”, nei rapporti di produzione. Il “capitale” è, da questo punto di vista, prima di tutto una “relazione sociale”.
Similmente le caratteristiche intrinseche di un individuo (intelletto, creatività, cultura, conoscenze, competenze) diventano “capitale” nel momento in cui sono coinvolte nel medesimo processo di valorizzazione. Solo che, in quel contesto, si chiamano, più scientificamente, “lavoro”.
Provate e trasmutare l’espressione da “investire in capitale umano” a “investire in lavoro” e scorgerete la portata di quel piccolo “slittamento semantico”.
E poi si misuri la relazione tra ciò e le tabelle che arricchiscono gli allegati all’accordo di Pomigliano, chiedendosi quale coerenza vi sia tra i concetti e le categorie proposti dalla documentazione europea citata e la “realtà” dei processi di “moderna” ristrutturazione della grande impresa. Ciò che emerge è il rovesciamento speculare della “giaculatoria esortativa” sul capitale umano: la realtà è l’assimilazione totalizzante del lavoro al capitale.
Tanto più totale quanto più il lavoro vivo venga subordinato fino al centesimo di secondo ad un processo automatizzato il cui livello di integrazione non offre ne spazi ne tempi a qualunque espressione di contenuto intrinseco del lavoro stesso. Post-Taylorismo? Forse meglio: il massimo grado di realizzazione del taylorismo, posto che si sfugga all’equivoco di considerare quest’ultimo una “tecnologia” di organizzazione dei processi e non, come è originariamente nell’analisi stessa di Taylor, una “filosofia” dell’organizzazione del lavoro.
Qui sembra realizzarsi il massimo della “intensificazione” del lavoro (anche i movimenti “complessi” vengono “razionalizzati”), con il massimo della “densificazione” del lavoro (non vi sono né spazi né tempi di sospensione possibile, proprio per il livello di integrazione tra automatismo della macchina produttiva e lavoro vivo).
Ricordo che, sempre sul piano di una “organizzazione scientifica del lavoro” all’Alfa di Arese negli anni ’70 i lavoratori riuscivano sempre a stare sotto la “norma” per quanto si tagliassero i tempi, e ricavavano così, intensificando il lavoro, la possibilità di abbassarne la “densità”. Ma dalle tabelle allegate dalla FIAT non vi è spazio alcuno, neppure per tale (disperata) autodifesa.
E il citato paragrafo dell’accordo Pomigliano sulla “formazione” credo metta in chiaro quale “filosofia delle competenze” ispiri l’attività formativa dell’impresa.
Per confronto riporto la definizione di competenze che “ci dice” l’Europa: la competenza è “la capacità dimostrata di utilizzare le conoscenze, le abilità, le attitudini personali, sociali e/o metodologiche in situazioni di lavoro o di studio nello sviluppo professionale e/o personale. Tali competenze sono descritte in termini di responsabilità e autonomia”. Il commento a voi che leggete.
2. La suggestione della “società della conoscenza” sembra contenere qualche prospettiva di “consolazione” rispetto alla durezza attuale di processi di ristrutturazione di grande impresa dai quali siamo partiti in questa analisi.
Sinteticamente: la suggestione del futuro è quella che vede, nell’affermarsi dell’innovazione scientifica e tecnologica, nella riorganizzazione dei processi di produzione della ricchezza, nella valorizzazione delle competenze individuali dei singoli, la possibilità di superare il rapporto di subordinazione assoluta tra “produzione materiale” e “lavoro”. La “produzione di conoscenza” si sostituisce progressivamente (questa è la speranza del “progresso”) alla “produzione di merci”. Sicchè si potrebbe considerare come “durezze della storia” le permanenze di forme di alienazione del lavoro; il progresso delle “conoscenze” comporterà un progressivo trascinamento dalle condizioni di espropriazione assoluta verso lavori in cui si esprima autonomia e responsabilità.
Ma è così, nella realtà che anima i processi? Vi è corrispondenza tra la loro dinamica reale e queste “speranze”?
Gli effetti dei processi di riorganizzazione produttiva (nell’impresa e nella società) sembrano delineare realtà e prospettive assai diverse.
Nell’impresa si determina una progressiva segmentazione e polarizzazione del lavoro. Il lavoro con margini di autonomia e responsabilità si concentra nelle fasi di controllo, gestione, manutenzione e “servizi” del processo progressivamente integrato ed automatizzato. Questo lavoro occupa (e si tratta di “figure intermedie”) non più di un quarto dell’occupazione della grande impresa.
Questo segmento può, allo stato attuale ancora usufruire di elementi di autonomia e responsabilità operativa, ma in prospettiva non è sottratto (anzi) dalla influenza espropriante della tecnologia dell’informazione e comunicazione, per non parlare delle esigenze della “flessibilità”.
Più sopra e in quantità infime, si muove il lavoro che, per quanto dipendente, ha funzioni direttive e che lega il suo destino (carriere, retribuzioni) agli obiettivi ed alle strategie generali dell’impresa.
Al di sotto la polarizzazione e segmentazione di coloro che, come nel caso di Pomigliano, verranno “misurati” in centesimi di secondo per ciascuna azione semplice e/o combinata. Sono i tre quarti dell’occupazione della grande impresa manifatturiera..
A livello sociale sono in forte crescita numerica i lavori a più bassa qualificazione e non “sostituibili” dalla tecnologia, come quelli della piccola distribuzione, della raccolta agricola, delle imprese di pulizia, dei call center, dei servizi elementari alla persona, delle costruzioni. Alimentano questa parte del mercato del lavoro sia le figure a più basso livello di qualificazione scolastica e di istruzione (compresi gli immigrati) sia la “disperazione” della disoccupazione giovanile intellettuale (un nuovo proletariato).
Naturalmente non tutta l’impresa manifatturiera è come la FIAT: interi settori si sottraggono “fisiologica,mente” alla integrazione dell’automazione dei processi: una “manovia” del settore calzaturiero o dell’abbigliamento, non misura centesimi di secondo. E la dimensione occupazionale di tali settori è, nel nostro paese, molto consistente. Qualcuno però mi connetta con qualche coerenza le esortazioni alle “competenze” e al “capitale umano” e alla società della conoscenza “ con i milioni di lavoratrici e lavoratori impiegati in questi settori manifatturieri…. Se ne invera in realtà una sola: quella che predica la “flessibilità” come valore.
Tutta la segmentazione e polarizzazione è sottoposta alla tensione verso la “flessibilità”, sia pure con conseguenze diverse in relazione alle diverse collocazioni nel mercato del lavoro, sia interno all’impresa che esterno. (Rimando alle analisi di Luciano Gallino, per approfondimenti qui improponibili).
Società della conoscenza? Come si dice quando la rappresentazione della realtà mistifica la realtà stessa? Ideologia.
La Confindustria, per bocca dei suoi rappresentanti che si occupano di scuola reclama “cercasi tecnici disperatamente…” Beh.. finchè non vi sarà risposta sensata, radicata nei processi reali, alla domanda “per cosa?” sarà difficile discutere con qualche fondamento di riforma delle superiori, di istruzione tecnica, di “competenze” ecc…ecc.
Come si combatte e si vince la scommessa che lo sviluppo della cosiddetta “società della conoscenza” si traduca in un effetto di trascinamento del lavoro, di tutto il lavoro, verso contenuti intrinseci di responsabilità, autonomia, liberazione, e non, viceversa, verso l’accentuazione delle polarizzazioni e delle disuguaglianze?
La questione è isomorfa ad un’altra: mezzo miliardo di lavoratori dei paesi avanzati, con le loro lotte del passato hanno configurato i rapporti di lavoro, le condizioni di salario, il welfare che conosciamo (fino a quando?). Un miliardo e mezzo di lavoratori dei paesi in via di sviluppo operano in rapporti di lavoro, condizioni di salario, di welfare simili a quelle che per noi erano proprie della prima rivoluzione industriale (ma con la tecnologia della terza..).
La cosiddetta “globalizzazione” (l’unificazione mondiale del mercato, supportata dalle tecnologie della comunicazione) mette a confronto quel primo mezzo miliardo con il secondo miliardo e mezzo. La inevitabile riunificazione avverrà al ribasso o con trascinamento di tutti verso l’altro? E a quali condizioni? Quale politica, quale impegno, quale “intelligenza” dei processi saranno necessarie?
Si sa, possiamo confidare che, nel lungo periodo, la storia ci darà ragione: ma, come diceva Keynes, nel lungo periodo saremo morti. E si sa, come dice Ruffolo, “il capitalismo ha i secoli contati”.
 

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