Efficienza, efficacia, economicità, equità. Questi, secondo Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Giovani Agnelli, sono i parametri sui quali va misurata l’offerta formativa di un paese. 

Ma dai risultati dell’indagine condotta dal suo gruppo di ricercatori, sintetizzato nel Rapporto sulla Scuola in Italia 2010 (Edizioni Laterza, 2010), emerge una realtà molto differente. Una scuola dei divari, delle opportunità diverse e delle iniquità evidenti. Un’Italia che spende per l’istruzione il 4,7% del Pil, contro il 5% della media europea (Eurostat, giugno 2009), ma ottiene risultati mediocri, e soprattutto disastrosamente disomogenei.

Vediamoli, insieme alle direttici indicate dalla ricerca.

  1. Divario territoriale: un sistema scolastico centralizzato e uniforme ha spaccato in due l’Italia. Con un Nord-est che vanta risultati di apprendimento tali da collocarlo ai vertici delle classifiche mondiali, non lontano dai bravissimi finlandesi; all’altro estremo, con il Sud e le Isole a livelli di Terzo Mondo. In concreto: per il solo fatto di abitare al sud, uno studente di Napoli o Bari ha un anno e mezzo di ritardo rispetto a quello che abita a Trento o Bologna. 
  2. Divario di genere, con le ragazze che hanno performance nettamente superiori a quelle maschili; 
  3. Divario tecnologico, che contrappone gli studenti “nativi digitali” ai docenti “migranti digitali”; e che acuisce la distanza tra la diffusione delle nuove tecnologie nella vita quotidiana e l’uso che se ne fa nelle aule scolastiche; 
  4. Divario etnico, con tassi di insuccesso degli studenti immigrati di prima generazione molto più elevati della media degli studenti italiani. 
  5. Divario socioculturale: come negare il fatto che studenti con un retroterra familiare meno favorevole siano più soggetti ad essere espulsi dal sistema educativo e si concentrino in alcuni indirizzi (ad esempio i professionali) e in alcune scuole? 

 

Per cui, se abiti al sud, sei di origine straniera, la tua famiglia è disagiata e non frequenti un liceo, le tue opportunità di raggiungere il livello minimo di competenze giudicato necessario, in campo internazionale, per essere cittadini attivi di uno stato moderno, diminuiscono drasticamente. 

Da questi rilievi, due raccomandazioni. 

  1. La prima: migliorare i livelli di apprendimento degli studenti di tutto il Paese; in particolare di coloro che oggi stanno sotto la soglia minima delle competenze e che in alcune regioni del Sud superano il 30%;
  2. La seconda: ridurre il tasso di abbandono scolastico al di sotto del 10%. Oggi, con il 20% dei giovani da 20 a 24 anni che ha solo la licenza media, l’Italia si pone nettamente al di fuori della norma europea.

Entrambi, sottolinea Gavosto, sono “obiettivi non in conflitto con la ricerca dell’eccellenza”. Mi sembra una sollecitazione qualificante la Conferenza Stato Regione, anche in vista di un federalismo scolastico – previsto dalla riforma del Titolo V e di prossima attuazione - attento alle ragioni dell’equità, relativamente ad opportunità di accesso e di apprendimento. 

Il federalismo scolastico può essere la soluzione? 

Ovvero, la creazione di realtà scolastiche differenziate può davvero ridurre questi divari o il rischio sarà di aumentarli ulteriormente? 

Un interrogativo pressante, cui i ricercatori non potrebbero dare risposta più chiara: non c’è nessun rischio, a condizione di assicurare un processo ben governato e in grado di responsabilizzare tutte le regioni e non solo alcune. La scatola vuota tanto propagandata dovrà nei prossimi mesi ed anni riempirsi di concreti contenuti. Un federalismo per “abbandono” da parte delle regioni più avanzate – così come un federalismo differenziato, anche nei tempi - non aiuterebbe ed anzi potrebbe aggravare i divari della scuola.  

Volendo dare un futuro all’istruzione in questo Paese, una logica di soli tagli non regge. E’ quanto emerge dalla precisa ricostruzione della spesa per la scuola proposta dalla Fondazione (così come si articola oggi e in confronto con una simulazione delle conseguenze del passaggio al federalismo scolastico). Attenzione, dunque, al rischio di assegnare a quest’ultimo (come spesso avviene nel dibattito politico) in primis  obiettivi di risparmio e razionalizzazione della spesa. Una scelta miope  che non condurrebbe a livelli di efficienza significativamente superiori a quelli previsti dal piano programmatico. 

Al contrario, esso sarà uno strumento di grande utilità se porterà Stato e Regioni a definire patti e strategie, con al centro ben chiari obiettivi di risultato in termini di qualità dell’istruzione. 

Nella logica federalista di divisione dei ruoli e dei poteri, alle Regioni toccherà pertanto scegliere le strategie più opportune a conseguire gli obiettivi individuati; allo Stato il finanziarli (integralmente ed adeguatamente) e sorvegliare – attraverso il sistema di valutazione nazionale - gli effettivi risultati ottenuti dalle Regioni, nel caso sanzionando quelle che non li raggiungono. Indispensabile, però, ammonisce Gavosto, che i risparmi ottenuti da una siffatta razionalizzazione della spesa, siano subito reinvestiti nella scuola stessa e finalizzati al raggiungimento dei traguardi formativi fissati. 

Rispetto agli obiettivi  di output sopra evidenziati, si può dire che non sono novità assolute. Tuttavia, il richiamo a Stato e Regioni affinché, attraverso gli strumenti offerti dal federalismo, giungano a definire al più preso programmi concordati, è pressante. Con riferimento principalmente alla necessità di assicurare a tutti un bagaglio minimo di competenze ed effettive opportunità di accesso a ogni indirizzo quale miglior antidoto contro l’iniquità della nostra scuola. Dati e ricerche dicono che sono obiettivi raggiungibili e il federalismo scolastico è uno strumento idoneo a farlo. 

Ma con quali insegnanti?

“Centralità agli insegnanti”: questo raccomandava il Rapporto 2009. Confermando, da un lato la necessità del loro pieno coinvolgimento in qualunque processo di rinnovamento; dall’altro, evidenziando tutta una serie di debolezze. Prima fra tutte: il modo in cui i docenti in Italia sono formati, reclutati, organizzati e motivati.  

Non credo sia eccessivo affermare che, senza misure politiche a favore della categoria (per riqualificare sul piano della qualità la professione docente e ridare dignità e prestigio a questo nobile mestiere), la scuola delle quattro E auspicata da Gavosto è destinata a restare un miraggio. Peggio, oscillerà tra disagio in aumento e demotivazione strisciante. Tuttavia, nessuno fino ad ora, né i governi di centro-sinistra, né quelli di centro-destra, ha mai assunto impegni seri in questo senso. 

La nota eccellenza degli studenti finlandesi si può collegare a vari fattori. Il primo è sicuramente l’impegno economico – e la lungimiranza - da parte di vari governi che, convinti che dall’istruzione dipenda il destino degli individui e della nazione, nell’istruzione investono, con un impegno oggi  superiore al 6,1%.

Subito dopo, però, viene la qualità degli insegnanti, che godono in quel Paese di grande considerazione, ma anche - da decenni - di

  1. specifica formazione universitaria, per tutti della durata di 5 anni
  2. formazione continua in servizio orientata all’innovazione metodologica e didattica
  3. selezione altissima dei candidati. 

 

Da noi sembra ancora prevalente nelle logiche ministeriali l’affermazione di Gentile “Chi sa, sa insegnare”. Uscirne, attraverso opportune misure, potrebbe essere un primo passo strategico. 

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