Archive for ottobre, 2009

CI INTERESSA ANCORA IL FUTURO DEI NOSTRI FIGLI?

ottobre 24, 2009 by scuolaoggi, under proposte del PD.

Contributo del Gip Scuola del Pd di Milano al Pd lombardo

Come ci ha recentemente ricordato il rapporto sulla mobilità sociale della Fondazione Italia Futura, curato dalla Prof.ssa Irene Tinagli, il livello di mobilità sociale (cioè della possibilità di migliorare la posizione sociale rispetto a quello della famiglia di origine) nel nostro Paese è bassissimo. Di seguito alcuni dati presi dal rapporto.

-         Il 40% degli ultra cinquantenni dichiarava nel 2008 di avere uno stato sociale migliore di quello della famiglia di origine, mentre solo il 6% dei ventenni aveva la stessa percezione e il 20% di questi si collocava in uno stato sociale inferiore a quello della famiglia di origine (dati SWG).

-         La probabilità che una persona il cui padre non abbia completato gli studi superiori riesca a laurearsi è del 10%, contro il 40% in Gran Bretagna e il 35% in Francia. E non solo, mentre negli altri paesi si sono fatti notevoli progressi nel corso del tempo, in Italia tale probabilità è pressoché invariata (dati Eurostat).

-         Alla fine degli anni Ottanta il differenziale retributivo tra vecchi e giovani era meno del 20%; nel 2004 questo gap è arrivato al 35%. Un divario che risulta più pronunciato per i giovani laureati, che hanno perso proporzionalmente più terreno rispetto ai colleghi più anziani con lo stesso livello di istruzione. Inoltre i giovani più istruiti entrati nel mondo del lavoro a metà degli anni Ottanta riuscivano ad aumentare il proprio salario di oltre l’85% nel giro di sette anni, quelli entrati sul mercato del lavoro agli inizi degli anni Novanta dopo sette anni avevano raggiunto un aumento molto inferiore, ossia del 54% (dati Banca d’Italia).

Sono solo alcuni esempi che testimoniano come la nostra società è insieme immobile ed iniqua e che il principale strumento di ascesa sociale, l’istruzione, non funziona più a tale scopo, mentre il condizionamento della condizione sociale e familiare ha sempre più importanza.

Certamente una delle cause di questa situazione è determinata dall’inadeguatezza del sistema scolastico, ma anche dal fatto che, malgrado il governo continui ad affermare il contrario, la spesa per l’istruzione italiana rappresenta il 10% del prodotto interno lordo contro il 13% della media europea (si veda il Rapporto OCSE 2009), mentre la percentuale di studenti che termina la scuola secondaria ci vede agli ultimi posti.

I giovani e le famiglie italiane possono accettare di continuare a sentir parlare delle spese per l’istruzione come di un insopportabile peso, senza con ciò decretare la fine delle speranze di miglioramento basate sul merito di ciascuno? E quando si considererà davvero la formazione come ciò che determina il futuro del paese e non la palestra degli annunci e delle demagogie?

Chi come noi opera a Milano e in Lombardia, proprio perché è a contatto con i problemi del territorio più avanzato, più “europeo” del nostro Paese, rileva alcuni fatti che sono sotto gli occhi di tutti, anche se non tutti vogliono vederli, preferendo chi rimpiangere i “bei tempi andati” chi denunciare il lassismo e il permissivismo della scuola italiana, figlio dell’immancabile ’68.

  1. Nulla, tra i risparmi di spesa ottenuti, viene re-investito nella scuola: dirigenti,  insegnanti e personale vengono assunti con gli stessi criteri assurdi di sempre; nessun riconoscimento viene garantito al merito e all’innovazione didattica.
  2. Le scuole sono spesso insicure anche perché molti Comuni (Milano in testa) da anni non fanno la necessaria manutenzione.
  3. Le scuole non hanno i fondi necessari per funzionare, perché lo Stato versa con anni di ritardo i già insufficienti finanziamenti ordinari e non dà praticamente più alcuna risorsa per  la strumentazione scientifica, sicché si vive spesso solo con i contributi delle famiglie, anche nella fascia dell’obbligo. In queste condizioni, l’autonomia delle scuole viene soffocata.
  4. Per i contrasti con le Regioni, il Governo – pur in presenza di fondi già stanziati – non fa partire le “sezioni primavera” della scuola d’infanzia, che potrebbero alleviare i drammatici problemi delle madri con figli inferiori ai tre anni. L’attivazione delle sezioni primavera è la valida alternativa all’inserimento degli anticipatari nelle classi, ma non può prescindere da un programma di formazione iniziale e in servizio degli educatori, per realizzare il quale è necessario che gli Enti Locali mettano in campo finanziamenti continuativi; senza formazione specifica questi servizi non potranno rispondere adeguatamente al progetto educativo di “saldatura” a loro affidato.
  5. Sulla base dell’ideologia del “maestro unico prevalente” si è posto fine al modulo basato sulla collaborazione tra i docenti e non si hanno più le risorse per garantire l’insegnamento della lingua inglese nelle scuole elementari. I tagli di personale hanno colpito in maniera indifferenziata le regioni che avevano un rapporto alunni/docenti adeguato in relazione al servizio offerto e quelle che non lo avevano e sono ricaduti principalmente sui più bisognosi: i portatori di handicap, gli stranieri di prima alfabetizzazione.
  6. Anche la questione degli studenti cosiddetti “stranieri” è affrontata in modo esclusivamente ideologico. Il Ministro propone un tetto del 30% di studenti stranieri in ogni classe, ma tale proposta è in parte inapplicabile (in scuole con il 90% di “stranieri” come si pensa di procedere? Deportando gli studenti in eccesso?) e in parte inutile e dannosa perché non rispetta l’autonomia delle singole scuole e non tiene conto di un dato molto semplice: se esiste un problema legato agli apprendimenti degli studenti di prima alfabetizzazione e dunque in parte anche degli italiani che stanno in classe con loro, questo attiene non al paese di provenienza o di nascita dello studente (in alcuni casi quel paese si chiama Italia!), ma alla conoscenza della lingua italiana.
  7. La riforma della scuola secondaria superiore, che pure era stata impostata dal governo di centro-sinistra secondo criteri di modernizzazione e di equità viene condotta con modalità e tempi che producono nuovo precariato e che costringono gli Enti Locali a elaborare piani prima ancora che i Regolamenti siano stati approvati definitivamente, creando confusione e disorientamento nelle famiglie.
  8. Il Regolamento approvato in prima lettura sull’Istruzione degli adulti cancella la possibilità per le scuole di avere personale dedicato all’insegnamento della lingua italiana per gli stranieri.

Per tutto quanto detto fin qui, la nostra scuola va urgentemente cambiata, modernizzata, resa più efficiente ed equa. Non si tratta solo di chiedere più risorse, ma di cambiare il modo di guardare ai problemi della scuola: aumentare le risorse in rapporto al PIL adeguandole alla media europea, ma senza pensare di estendere a tutti la stessa cultura astratta che era patrimonio di pochi. Come dimostrano i fatti, questa illusione produce solo esclusione e spreco.

Bisogna piuttosto fare i conti con le modalità di apprendimento delle nuove generazioni, con la pluralità delle intelligenze e delle motivazioni, attraverso una discussione aperta a tutto l’associazionismo professionale e alla società civile, come avviene nei grandi paesi avanzati quando si tratta di questioni cruciali per lo sviluppo del Paese. Bisogna andare incontro alle culture giovanili con un uso generalizzato delle tecnologie e con una flessibilità dei curricoli proposti, tale da permettere “opzionalità” non solo al singolo Istituto scolastico, ma anche ai singoli studenti.

Proponiamo al PD lombardo una “piattaforma” per orientare il lavoro politico dei territori nei prossimi mesi e alcune modalità per la nostra azione futura anche in relazione al rapporto con il Pd nazionale.

-         Lo strumento dell’autonomia deve essere rilanciato anche nel quadro del trasferimento delle competenze alle Regioni, previsto dal Titolo V della Costituzione: alla luce del sole e non nelle intese maturate nelle segrete stanze del Ministero. L’attribuzione delle risorse alla Regione dovrà fondarsi su meccanismi chiari e non sulla trattativa con le agenzie formative come finora è avvenuto. Il dibattito su questo punto è urgente, deve essere pubblico e deve coinvolgere Province, Comuni e la rappresentanza delle scuole autonome.

-         I fondi necessari per il funzionamento ordinario, per le supplenze, per gli esami vanno versati subito, in maniera che le scuole possano fare i loro bilanci con serenità. Tutti i  debiti dello Stato verso le scuole debbono essere saldati.

-         Le scuole elementari e medie siano lasciate libere di scegliere i loro modelli organizzativi e pedagogici sulla base dell’organico ad esse assegnato, che deve essere adeguato al tempo scuola effettivamente richiesto dalle famiglie. Si generalizzi davvero la scuola d’infanzia e partano immediatamente le sezioni primavera. Si incrementino i controlli sull’organico in relazione al numero degli studenti (non solo in Lombardia), ma si diano le risorse necessarie per i disabili e per gli studenti di prima alfabetizzazione.

-         Si diano alla riforma delle scuole superiori i tempi e le risorse necessarie per trasformare davvero il modo di fare scuola sulla base dell’imparare facendo.

I tempi. Basta con la demagogia degli annunci che producono incertezza e illegalità: se il governo non riesce ad approvare un Regolamento, non pensi di imporlo lo stesso. Chiediamo alle Province della Lombardia di formulare i loro piani rispettando i tempi necessari per l’orientamento, sulla base di ciò che è legale oggi, non di ciò che è stato annunciato dal ministro. La metà di novembre è già troppo tardi.

Le risorse. Si utilizzino i risparmi di spesa collegati alla riduzione di orario, che comunque deve essere graduale, per finanziare la formazione obbligatoria dei docenti, l’alternanza scuola-lavoro, il tempo per stare di più nei laboratori, le funzioni di coordinamento didattico.

-         Nel caso di una significativa presenza di popolazione scolastica di prima alfabetizzazione è necessario un efficace coordinamento tra le istituzioni scolastiche e gli Enti Locali per rispondere alle esigenze del territorio e garantire, anche attraverso sistemi di incentivi, una reale pianificazione della distribuzione di questi alunni, al fine di ottenere l’equilibrio necessario per il pieno raggiungimento del successo formativo per ciascuno e dunque una piena integrazione.

-         I Centri per l’Educazione degli adulti possano accogliere gli stranieri senza costringerli a seguire corsi per il conseguimento del titolo di studio troppo lunghi:  non si può parlare di integrazione e poi eliminare gli strumenti più preziosi per realizzarla come i corsi di alfabetizzazione.  I corsi serali superiori  si riorganizzino per riconoscere le competenze acquisite sul lavoro ed adeguare tempi e modi dell’insegnamento alle esigenze di ciascun adulto. Anche su questo punto i Consigli Provinciali e Regionali possono e debbono pronunciarsi subito.

Infine ci sono due questioni decisive che non possono essere affrontate a livello locale, ma su cui è necessario sollecitare iniziative chiare e puntuali a livello nazionale:

-         formazione iniziale, reclutamento e carriera degli insegnanti;

-         servizio nazionale di valutazione.

Non ci soffermiamo nel merito delle proposte possibili, ma riteniamo non più rinviabile che venga affermato inequivocabilmente a livello locale il principio che va urgentemente superato l’attuale meccanismo fondato sulle graduatorie, che bisogna costruire una carriera docente basata sul merito e non solo sull’anzianità, che – valorizzando le esperienze nazionali e internazionali già in atto – occorre procedere alla valutazione dei servizi, dell’apprendimento dei giovani, delle prestazioni di tutti quelli che operano nella scuola, affidandola ad un istituto indipendente dal Governo, dall’Amministrazione, dai sindacati e dalle associazioni professionali. Perché questi obiettivi siano fatti propri dal partito nazionale è necessario che dalla Lombardia si rivendichi con forza una struttura nazionale efficiente, continuativa, non solo “romana” e capace di incidere sulle decisioni anche degli eletti.

Gli altri punti proposti costituiscono invece elementi di linea politica regionale e locale. Andranno quindi condivisi con tutto il territorio, in rapporto con i nostri amministratori di Comuni, Province e Regione, con chi opera nell’Amministrazione scolastica, con i diversi livelli del Partito e chi lavora nei sindacati. Terminata la fase congressuale, un primo passaggio potrà essere la ripresa del lavoro del “Forum”, ma con più continuità, magari con una responsabilità specifica e dedicata, ma soprattutto con un carattere un po’ più di decisione e non solo di discussione.

Non è una proposta nuova, ma appunto per questo non attuarla potrebbe essere assai pericoloso per la credibilità del partito, chiunque ne sarà il segretario nazionale o regionale.

Fulvio Baldin, Fulvio Benussi, Daniela Bertocchi, Paola Bocci, Marco Campione, Maria Vittoria Curatolo, Diana De Marchi, Rosanna De Ponti, Edoardo Lugarini, Federico Niccoli, Roberto Proietto, Franca Quartapelle, Gianni Gandola

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Percorsi per una proposta di programma sul tema Scuola

ottobre 14, 2009 by scuolaoggi, under proposte del PD.

Percorsi per una proposta di programma sul tema Scuola
a cura di Paola Bocci e  Diana De Marchi
PER UNA SCUOLA CAPACE DI FUTURO.
Le nuove norme sull’istruzione (Gelmini, Tremonti, Aprea) non rispondono al bisogno di una
scuola capace di equità e qualità per tutti, come vuole la nostra Costituzione (art. 34).
Una scuola capace di futuro deve avere l’obiettivo non solo  di istruire ma di formare, educare
a diventare esseri umani coraggiosi  e non indifferenti a ciò che accade nella società, padroni
del loro destino, costruendo percorsi di apprendimento che tengano insieme contenuti
disciplinari, competenze cognitive, valori socio-cuturali, promuovendone  i nessi trasversali.
C’è bisogno di un modello di scuola che non interpreti  le conoscenze  come entità fisse e
precostituite che qualcuno offre a qualcun altro,  ma che sia capace di relazionare i saperi ai
contesti dove si esercitano,  e ai sistemi di attività che ne derivano.
Una scuola capace di futuro deve essere in grado di ridurre le diseguaglianze, dando a tutti i
cittadini residenti, stabilmente o temporaneamente nel nostro paese,  istruzione e formazione
adeguata perchè tutti abbiano la possibilità di compiere un percorso che consenta   di
continuare gli studi a livello universitario o di inserirsi con qualifiche adeguate nel mondo
del lavoro italiano e europeo.
Per raggiungere questo obiettivo la scuola deve  contribuire a  integrare cittadini di diverse
culture, supportando la  libertà delle scelte educative, e di indirizzi di studio  di tutti gli
studenti  e le studentesse e di tutte le famiglie.
Non è questo quello che i provvedimenti in vigore propongono, e si rende l’elaborazione di una
proposta alternativa, che sia in grado di definire le linee di una vera e propria riforma della
scuola, e non un insieme indifferenziato e disomogeneo di provvedimenti di tipo esclusivamente
economico e finalizzati al recupero di risorse da investire in altri comparti.
LINEE DI INDIRIZZO
RAZIONALIZZAZIONE
Sicuramente il sistema scolastico italiano ha bisogno di un a razionalizzazione delle risorse,
che però deve essere preceduto da un’analisi approfondita degli equilibri o disequilibri  tra
domanda e offerta.
Si possono razionalizzare le risorse attraverso:
- la programmazione del fabbisogno di insegnanti e del personale con l’obiettivo di arrivare ad
una definizione pluriennale degli organici
-  la continuità fra i cicli di istruzione  e il  potenziamento e la diffusione degli istituti
comprensivi  e dei poli formativi,
-  L’investimento progettuale e finanziario su modelli di integrazione e interazione tra
istruzione e formazione professionale
RISPETTO E VALORIZZAZIONE DELL’AUTONOMIA SCOLASTICA
L’autonomia scolastica   va valorizzata, arricchita, potenziata
Non bisogna concedere ma riconoscere potere e autonomia ai singoli istituti scolastici,  come
da titolo V della Costituzione,
L’autonomia sarà tanto più efficace e  quanto più sarà attivato un Sistema delle Automie ,
valorizzando la dimensione territoriale delle scuole.
Come rafforzare l’autorevolezza delle scuole autonome a livello territoriale?
- promuovendo la costituzione delle reti di scuole (o il rafforzamento di quelle esistenti), il
loro riconoscimento istituzionale e la possibilità di assegnare loro sempre maggiore ruolo,
come peraltro previsto dalla stessa legge istitutiva dell’Autonomia;
- creando  una rete  di  servizi ( amministrativi, di supporto alla ricerca e alla didattica,
per il contenzioso, ecc.) che supportino il lavoro delle singole istituzioni scolastiche.
- riservando all’autonomia scolastica dell’istituto  (ad opera di una commissione, composta da
Dirigente, rappresentanza del Collegio e del Consiglio di Istituto) la possibilità di procedere
all’assunzione di una quota pari al 20% dell’organico legata a specifiche e dichiarate
connotazioni professionali
VALORIZZAZIONE DEL MERITO, FORMAZIONE e VALUTAZIONE del PERSONALE DOCENTE:
L’insegnamento è una professione qualificata e qualificante. Per un pieno e vero riconoscimento
del merito e valorizzazione  della professionalità docente sono necessarie:
- una formazione continua  qualificata, specifica ed obbligatoria,
prima e durante lo svolgimento della sua professione,
- nuovi modelli di scuole di specializzazione che realizzino il giusto equilibrio tra
insegnamenti disciplinari a possibilità di tirocinio;
- l’introduzione di criteri di valutazione a cui legare gli avanzamenti di carriera e di
retribuzione,
- l’introduzione di criteri di valutazione dei processi  scolastici,
INTEGRAZIONE
La scuola deve diventare il primo e il principale soggetto nella realizzazione di un processo
di integrazione e convivenza : deve essere luogo d’incontro, di socializzazione e conoscenza
tra culture e generazioni  diverse.
La Scuola che promuove l’integrazione deve essere in grado di:
- realizzare una identità nazionale nuova, inclusiva di culture diverse e multietniche,
- rispondere alle esigenze  della popolazione scolastica del territorio coordinandosi con le
politiche di integrazione delle istituzioni locali e dei soggetti coinvolti
- destinare risorse finanziarie  e di personale, specificatamente a progetti di mediazione
culturale, facilitazione linguistica in tutte le scuole, incrementare i finanziamenti (
attraverso la revisione dei coeff. dei contributi locali per il diritto allo studio) alle
scuole ad alta percentuale di studenti stranieri per consentire l’elaborazione di progetti di
integrazione e sviluppo della multiculturalità,
- pianificare, anche attraverso sistemi di incentivi, la distribuzione della popolazione
scolastica straniera, per garantire, laddove possibile, l’equilibrio tra alunni stranieri ed
italiani, indispensabile al raggiungimento di una piena integrazione
- No alle classi e sezioni composte esclusivamente da studenti stranieri di recente
alfabetizzazione
- Finanziare con fondi di Enti locali e nazionali progetti che favoriscano la partecipazione
delle famiglie  straniere alla vita scolastica

a cura di Paola Bocci e  Diana De Marchi   (mozione MARINO)

PER UNA SCUOLA CAPACE DI FUTURO.

Le nuove norme sull’istruzione (Gelmini, Tremonti, Aprea) non rispondono al bisogno di una scuola capace di equità e qualità per tutti, come vuole la nostra Costituzione (art. 34).

Una scuola capace di futuro deve avere l’obiettivo non solo  di istruire ma di formare, educare a diventare esseri umani coraggiosi  e non indifferenti a ciò che accade nella società, padroni del loro destino, costruendo percorsi di apprendimento che tengano insieme contenuti disciplinari, competenze cognitive, valori socio-cuturali, promuovendone  i nessi trasversali.

C’è bisogno di un modello di scuola che non interpreti  le conoscenze  come entità fisse e precostituite che qualcuno offre a qualcun altro,  ma che sia capace di relazionare i saperi ai contesti dove si esercitano,  e ai sistemi di attività che ne derivano.

Una scuola capace di futuro deve essere in grado di ridurre le diseguaglianze, dando a tutti i cittadini residenti, stabilmente o temporaneamente nel nostro paese,  istruzione e formazione adeguata perchè tutti abbiano la possibilità di compiere un percorso che consenta   di continuare gli studi a livello universitario o di inserirsi con qualifiche adeguate nel mondo del lavoro italiano e europeo.

Per raggiungere questo obiettivo la scuola deve  contribuire a  integrare cittadini di diverse culture, supportando la  libertà delle scelte educative, e di indirizzi di studio  di tutti gli studenti  e le studentesse e di tutte le famiglie.

Non è questo quello che i provvedimenti in vigore propongono, e si rende l’elaborazione di una proposta alternativa, che sia in grado di definire le linee di una vera e propria riforma della scuola, e non un insieme indifferenziato e disomogeneo di provvedimenti di tipo esclusivamente economico e finalizzati al recupero di risorse da investire in altri comparti.

LINEE DI INDIRIZZO

RAZIONALIZZAZIONE

Sicuramente il sistema scolastico italiano ha bisogno di un a razionalizzazione delle risorse, che però deve essere preceduto da un’analisi approfondita degli equilibri o disequilibri  tra domanda e offerta.

Si possono razionalizzare le risorse attraverso:

- la programmazione del fabbisogno di insegnanti e del personale con l’obiettivo di arrivare ad una definizione pluriennale degli organici

-  la continuità fra i cicli di istruzione  e il  potenziamento e la diffusione degli istituti comprensivi  e dei poli formativi,

-  L’investimento progettuale e finanziario su modelli di integrazione e interazione traistruzione e formazione professionale

RISPETTO E VALORIZZAZIONE DELL’AUTONOMIA SCOLASTICA

L’autonomia scolastica   va valorizzata, arricchita, potenziata

Non bisogna concedere ma riconoscere potere e autonomia ai singoli istituti scolastici,  come da titolo V della Costituzione,

L’autonomia sarà tanto più efficace e  quanto più sarà attivato un Sistema delle Automie , valorizzando la dimensione territoriale delle scuole.

Come rafforzare l’autorevolezza delle scuole autonome a livello territoriale?

- promuovendo la costituzione delle reti di scuole (o il rafforzamento di quelle esistenti), il loro riconoscimento istituzionale e la possibilità di assegnare loro sempre maggiore ruolo, come peraltro previsto dalla stessa legge istitutiva dell’Autonomia;

- creando  una rete  di  servizi ( amministrativi, di supporto alla ricerca e alla didattica, per il contenzioso, ecc.) che supportino il lavoro delle singole istituzioni scolastiche.

- riservando all’autonomia scolastica dell’istituto  (ad opera di una commissione, composta da Dirigente, rappresentanza del Collegio e del Consiglio di Istituto) la possibilità di procedere all’assunzione di una quota pari al 20% dell’organico legata a specifiche e dichiarate connotazioni professionali

VALORIZZAZIONE DEL MERITO, FORMAZIONE e VALUTAZIONE del PERSONALE DOCENTE:

L’insegnamento è una professione qualificata e qualificante. Per un pieno e vero riconoscimento del merito e valorizzazione  della professionalità docente sono necessarie:

- una formazione continua  qualificata, specifica ed obbligatoria, prima e durante lo svolgimento della sua professione,

- nuovi modelli di scuole di specializzazione che realizzino il giusto equilibrio tra insegnamenti disciplinari a possibilità di tirocinio;

- l’introduzione di criteri di valutazione a cui legare gli avanzamenti di carriera e di retribuzione,

- l’introduzione di criteri di valutazione dei processi  scolastici,

INTEGRAZIONE

La scuola deve diventare il primo e il principale soggetto nella realizzazione di un processo di integrazione e convivenza : deve essere luogo d’incontro, di socializzazione e conoscenza tra culture e generazioni  diverse.

La Scuola che promuove l’integrazione deve essere in grado di:

- realizzare una identità nazionale nuova, inclusiva di culture diverse e multietniche,

- rispondere alle esigenze  della popolazione scolastica del territorio coordinandosi con le politiche di integrazione delle istituzioni locali e dei soggetti coinvolti

- destinare risorse finanziarie  e di personale, specificatamente a progetti di mediazione culturale, facilitazione linguistica in tutte le scuole, incrementare i finanziamenti ( attraverso la revisione dei coeff. dei contributi locali per il diritto allo studio) alle scuole ad alta percentuale di studenti stranieri per consentire l’elaborazione di progetti di integrazione e sviluppo della multiculturalità,

- pianificare, anche attraverso sistemi di incentivi, la distribuzione della popolazione scolastica straniera, per garantire, laddove possibile, l’equilibrio tra alunni stranieri ed italiani, indispensabile al raggiungimento di una piena integrazione

- No alle classi e sezioni composte esclusivamente da studenti stranieri di recente alfabetizzazione

- Finanziare con fondi di Enti locali e nazionali progetti che favoriscano la partecipazione delle famiglie  straniere alla vita scolastica

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Percorsi per una proposta sui Servizi Educativi per l’infanzia

ottobre 14, 2009 by scuolaoggi, under proposte del PD.

a cura di Paola Bocci
(Gruppo Infanzia PD  Milano, mozione MARINO)

(Gruppo Infanzia PD  Milano)
Dentro l’istruzione:
le scuole d’infanzia come primo momento educativo
QUADRO DI RIFERIMENTO ATTUALE
La nuova normativa in materia di riorganizzazione scolastica, dedica un’attenzione
apparentemente marginale alle Scuole per l’Infanzia: pochi paragrafi, poche linee guida, note
scarne, che però promettono di provocare un danno rilevante alla qualità delle scuole per i
bambini dai 3 ai 6 anni, aprendo la strada al loro definitivo passaggio dall’educazione
all’assistenza.
Le modifiche introdotte dai Regolamenti e confermate dalla Circolare per le iscrizioni emanata
dal MIUR il 15 gennaio 2009, riguardano:
-          la possibilità di iscrizione allle scuole d’infanzia per i bambini anticipatari
(bambini che compiranno tre anni entro il 30 aprile 2010),
-          un ampliamento delle “Sezioni Primavera” (sezioni di passaggio che accolgono i
bambini tra i due e i tre anni),
-          la possibilità di attivare  sezioni solo per la fascia antimeridiana,
-          la costituzione di   sezioni omogenee secondo gli orari richiesti dalle famiglie
-          la possibilità di aumentare il numero di bambini per sezione ( fino a 29).
Queste disposizioni interpretano la riorganizzazione del servizio educativo per l’infanzia
come strumento di risparmio economico e sottendono la volontà di riportare le scuole per
l’infanzia fuori dal sistema dell’istruzione, nell’ambito dell’assistenza, abbandonando le
istanze educative e didatttiche degli ultimi decenni che hanno prodotto un collaudato modello
pedagogico di eccellenza.
L’insieme delle nuove disposizioni normative per la scuola d’infanzia (così come per gli altri
ordini scolastici) non dà a questa riorganizzazione il carattere di una vera riforma -
ponderata e condivisa con le parti coinvolte nel processo– ma appare più come un  assemblaggio
eterogeneo di  provvedimenti mirati ad ottenere risparmi di risorse e di finanziamenti, anche
se in origine potenzialmente diretti verso un altro comparto educativo.
OBIETTIVI
L’obbiettivo da raggiungere non può essere solo l’incremento numerico dei posti disponibili, ma
l’organizzazione di tutti i servizi educativi per l’infanzia esistenti su un certo territorio
come un sistema integrato governato dall’ente locale, in accordo con la normativa nazionale.
E’ necessaria quindi una nuova normativa articolata, esaustiva e condivisa dalle parti
coinvolte:
- che  riconosca in primo luogo il carattere educativo della scuola materna e dell’asilo nido,
- che sviluppi una reale continuità del progetto  educativo 0-6 anni interpretandolo come
percorso organico e unitario,
- che individui con  chiarezza gli standard qualitativi essenziali e ineludibili dei servizi
educativi per la prima infanzia
Una normativa in grado di coordinare  i livelli nazionali e locali, e di stabilire i diversi
ambiti di competenza per ciò che riguarda:
-    la definizione degli standard qualitativi,
-    l’individuazione dei requisiti per l’autorizzazione e l’accreditamento dei servizi non
gestiti direttamente dall’ente locale,
-    la gestione dei compiti di coordinamento e di verifica della qualita di tutti i servizi,
pubblici e privati.
Linee di indirizzo:
1.      Consentire l’accesso ai servizi educativi per l’infanzia a tutti i bambini – nessun
bambino è clandestino – con pari opportunità ;
2.      Rispondere  in termini quantitativi e qualitativi alla crescente domanda di servizi:
- attivando un consistente  incremento dei finanziamenti per aumentare il numero di posti
disponibili per la primissima infanzia, compensando gli squilibri territoriali dell’offerta
- aumentando le risorse umane impiegate nei servizi – aumentando i finanziamenti per l’edilizia
scolastica (per il completamento dell’ anagrafica dell’edizia scolastica, per gli interventi di
manutenzione ordinaria e straordinaria, per la messa in sicurezza degli edifici)
3.      Investire sulla formazione in ingresso e in servizio
Una formazione continua è la condizione necessaria per l’elaborazione di una   cultura
educativa di qualità, capace di rinnovarsi comprendendo e interpretando le trasformazioni
sociali e culturali in atto.
4.      Definire anche a livello nazionale alcuni degli standard qualitativi dei servizi,
promuovendo poi un’azione di costante monitoraggio, perchè tutto il territorio
nazionale abbia riferimenti omogenei, tenendo conto del coinvolgimento  e delle
prerogative degli Enti Locali – sopratutto dei Comuni, che  in molte realtà rappresentano i
principali gestori delle strutture- e delle strutture private.
5.      Promuovere in tutte le regioni l’attivazione del piano straordinario per i servizi
all’infanzia e l’istituzione del Garante dei diritti per l’infanzia e per
l’adolescenza a livello nazionale e regionale
6.      Potenziare il ruolo di coordinamento dell’Ente Pubblico (localea cura di Paola Bocci

Dentro l’istruzione: le scuole d’infanzia come primo momento educativo

QUADRO DI RIFERIMENTO ATTUALE

La nuova normativa in materia di riorganizzazione scolastica, dedica un’attenzione apparentemente marginale alle Scuole per l’Infanzia: pochi paragrafi, poche linee guida, note scarne, che però promettono di provocare un danno rilevante alla qualità delle scuole per i bambini dai 3 ai 6 anni, aprendo la strada al loro definitivo passaggio dall’educazione all’assistenza.

Le modifiche introdotte dai Regolamenti e confermate dalla Circolare per le iscrizioni emanata dal MIUR il 15 gennaio 2009, riguardano:

-          la possibilità di iscrizione allle scuole d’infanzia per i bambini anticipatari (bambini che compiranno tre anni entro il 30 aprile 2010),

-          un ampliamento delle “Sezioni Primavera” (sezioni di passaggio che accolgono i bambini tra i due e i tre anni),

-          la possibilità di attivare  sezioni solo per la fascia antimeridiana,

-          la costituzione di   sezioni omogenee secondo gli orari richiesti dalle famiglie

-          la possibilità di aumentare il numero di bambini per sezione ( fino a 29).

Queste disposizioni interpretano la riorganizzazione del servizio educativo per l’infanzia  come strumento di risparmio economico e sottendono la volontà di riportare le scuole per l’infanzia fuori dal sistema dell’istruzione, nell’ambito dell’assistenza, abbandonando le istanze educative e didatttiche degli ultimi decenni che hanno prodotto un collaudato modello pedagogico di eccellenza.

L’insieme delle nuove disposizioni normative per la scuola d’infanzia (così come per gli altri ordini scolastici) non dà a questa riorganizzazione il carattere di una vera riforma - ponderata e condivisa con le parti coinvolte nel processo– ma appare più come un  assemblaggio eterogeneo di  provvedimenti mirati ad ottenere risparmi di risorse e di finanziamenti, anche se in origine potenzialmente diretti verso un altro comparto educativo.

OBIETTIVI

L’obbiettivo da raggiungere non può essere solo l’incremento numerico dei posti disponibili, ma l’organizzazione di tutti i servizi educativi per l’infanzia esistenti su un certo territorio come un sistema integrato governato dall’ente locale, in accordo con la normativa nazionale.

E’ necessaria quindi una nuova normativa articolata, esaustiva e condivisa dalle parti coinvolte:

- che  riconosca in primo luogo il carattere educativo della scuola materna e dell’asilo nido,

- che sviluppi una reale continuità del progetto  educativo 0-6 anni interpretandolo come percorso organico e unitario,

- che individui con  chiarezza gli standard qualitativi essenziali e ineludibili dei servizi educativi per la prima infanzia

Una normativa in grado di coordinare  i livelli nazionali e locali, e di stabilire i diversi ambiti di competenza per ciò che riguarda:

-    la definizione degli standard qualitativi,

-    l’individuazione dei requisiti per l’autorizzazione e l’accreditamento dei servizi non gestiti direttamente dall’ente locale,

-    la gestione dei compiti di coordinamento e di verifica della qualita di tutti i servizi,  pubblici e privati.

Linee di indirizzo:

1.      Consentire l’accesso ai servizi educativi per l’infanzia a tutti i bambini – nessun bambino è clandestino – con pari opportunità ;

2.      Rispondere  in termini quantitativi e qualitativi alla crescente domanda di servizi:

- attivando un consistente  incremento dei finanziamenti per aumentare il numero di posti disponibili per la primissima infanzia, compensando gli squilibri territoriali dell’offerta

- aumentando le risorse umane impiegate nei servizi – aumentando i finanziamenti per l’edilizia scolastica (per il completamento dell’ anagrafica dell’edizia scolastica, per gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, per la messa in sicurezza degli edifici)

3.      Investire sulla formazione in ingresso e in servizi

Una formazione continua è la condizione necessaria per l’elaborazione di una   cultura educativa di qualità, capace di rinnovarsi comprendendo e interpretando le trasformazioni sociali e culturali in atto.

4.      Definire anche a livello nazionale alcuni degli standard qualitativi dei servizi, promuovendo poi un’azione di costante monitoraggio, perchè tutto il territorio nazionale abbia riferimenti omogenei, tenendo conto del coinvolgimento  e delle prerogative degli Enti Locali – sopratutto dei Comuni, che  in molte realtà rappresentano i principali gestori delle strutture- e delle strutture private.

5.      Promuovere in tutte le regioni l’attivazione del piano straordinario per i servizi all’infanzia e l’istituzione del Garante dei diritti per l’infanzia e per l’adolescenza a livello nazionale e regionale

6.      Potenziare il ruolo di coordinamento dell’Ente Pubblico (locale)

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Diamo un senso a questa scuola

ottobre 14, 2009 by scuolaoggi, under proposte del PD.

Diamo un senso a questa scuola
Documento a sostegno della candidatura di Pierluigi Bersani a Segretario del Pd
“Il Paese chiede molto alla scuola italiana. È chiamata ad aiutare la mobilità sociale, a mantenere unito il Sud e il Nord, a coltivare e
praticare l’accoglienza degli immigrati, a rilanciare l’educazione permanente, a ripensare l’insegnamento tecnico per adeguarlo ai
modi di produzione contemporanei. Per questo bisogna anche aiutare la scuola a cambiare: lontana dalle burocrazie ministeriali e
ricca di autonomie, pronta a riconoscere i meriti, capace di valutare i progressi raggiunti rispetto ai livelli di partenza, generosa nel
restituire motivazione civile e professionale ai docenti. Scuola, università e ricerca sono la prima fonte di energia per il Paese.”
Così recita la mozione Bersani e anche per questo noi, donne e uomini che si occupano a vario titolo di scuola, abbiamo deciso di
sostenerlo per l’elezione del segretario del Pd del 25 ottobre. Siamo fortemente convinti di quanto affermato in un documento di tutto
il Pd lombardo: “la vera, grande discriminante tra una concezione conservatrice ed una riformatrice e progressista sta
nell’assunzione o meno di questa priorità: tenere insieme nel sistema pubblico di istruzione e formazione equità ed efficacia,
inclusione e valorizzazione delle eccellenze”.
In una delle sue prime interviste il Ministro Gelmini ha affermato che si sarebbe fatta guidare dalle parole d’ordine “merito”,
“autonomia”, “valutazione”. Poi sono arrivati il grembiulino, il voto in condotta e la maestrina dalla penna rossa e soprattutto quasi
otto miliardi di tagli orizzontali in tre anni: una cura da cavallo che rischia di uccidere il malato e per giunta somministrata a tutti
indiscriminatamente senza assumersi l’onere politico di valutare dove, cosa, come e se tagliare. Di fronte a questo comportamento, il
Partito Democratico ha due possibilità: sostenere che il malato non esiste e che la scuola italiana gode di ottima salute, oppure
contrapporre ad un centrodestra che propone come rimedio tagli indiscriminati e ritorni al passato una linea realmente capace di
innovazione ed equità e di finalizzare ad esse investimenti e risparmi.
La difficoltà è proprio questa: far comprendere agli Italiani che il Pd vuole occuparsi di scuola pensando certo a tutti i soggetti
“interni” al sistema interessati al suo buon funzionamento (insegnanti, dirigenti, personale), ma prima di tutto pensando alle famiglie,
agli studenti e al progresso sociale e civile del Paese. Ricercando il confronto e quando possibile l’ accordo con i sindacati e le
organizzazioni professionali, che hanno lo specifico compito di rappresentare gli operatori della scuola in quanto lavoratori e in
quanto tecnici specializzati, ma in completa autonomia, che deve valere anche nei confronti dell’Amministrazione centrale e
periferica.
Bersani, per la sua capacità di visione e per le battaglie che ha condotto fino ad oggi, è colui che più di altri può raccogliere questa
sfida. Ha già dimostrato concretamente di saper contrastare interessi costituiti e rendite di posizione e siamo certi saprà farlo anche
per raggiungere gli obiettivi che chi ha a cuore una scuola di qualità ha il dovere di perseguire.
Riteniamo un errore drammatico mettere in contrapposizione, come fa il Governo, il mondo della scuola e gli studenti e le famiglie
che la frequentano: una qualsiasi riforma non si potrà mai fare senza, a prescindere da, o, peggio, contro gli insegnanti. Ma è
altrettanto insensato pensare che una riforma vada bene solo se tanto rassicurante da lasciare sostanzialmente le cose come
stanno in un momento in cui è evidente il calo di motivazione e il drastico mutamento nelle modalità di apprendimento dei nostri
giovani.
C’è nella scuola non da oggi una parte significativa di docenti che è ben cosciente di queste esigenze e che si concepisce non solo
come puro esecutore indifferente al risultato del suo lavoro, ma come professionista, come progettista di percorsi formativi. Per
questo vuole che gli sia riconosciuto il diritto di poter crescere (nelle mansioni e nella retribuzione) nel corso della propria carriera
lavorativa, che vuole le nuove tecnologie nelle classi, che vuole stare a scuola in uffici idonei non solo per le 18 ore in cui sta in aula,
che ritiene suo sacrosanto diritto che il suo lavoro venga valutato e valorizzato, premiando impegno e risultati conseguiti. Per questo
non accetta più che il proprio percorso di assunzione avvenga un meccanismo anonimo ed ingiusto come l’attuale.
Un partito come il nostro deve “aiutare la scuola a cambiare” lavorando perché cresca, nella scuola e fuori dalla scuola, il consenso
necessario affinché questa esigenza di cambiamento venga riconosciuta come interesse generale, strumento indispensabile di
libertà e coesione sociale. Razionalizzare le risorse, eliminare gli sprechi, reinvestire i risparmi in questa operazione, richiedere
nuove risorse finalizzandole a risultati chiari e misurabili è possibile e necessario.
Abbiamo sintetizzato gli obiettivi prioritari raggruppandoli in quattro grandi aree: riconoscimento dei meriti, valorizzazione della
professionalità dei docenti, piena attuazione dell’autonomia scolastica e valutazione del sistema. Nelle schede che seguono
proponiamo un primo approfondimento sulle priorità che abbiamo individuato.
per adesioni manda una mail a campione.marco@gmail.com

Documento a sostegno della candidatura di Pierluigi Bersani a Segretario del Pd di Marco Campione

“Il Paese chiede molto alla scuola italiana. È chiamata ad aiutare la mobilità sociale, a mantenere unito il Sud e il Nord, a coltivare e praticare l’accoglienza degli immigrati, a rilanciare l’educazione permanente, a ripensare l’insegnamento tecnico per adeguarlo ai modi di produzione contemporanei. Per questo bisogna anche aiutare la scuola a cambiare: lontana dalle burocrazie ministeriali e ricca di autonomie, pronta a riconoscere i meriti, capace di valutare i progressi raggiunti rispetto ai livelli di partenza, generosa nel restituire motivazione civile e professionale ai docenti. Scuola, università e ricerca sono la prima fonte di energia per il Paese.”

Così recita la mozione Bersani e anche per questo noi, donne e uomini che si occupano a vario titolo di scuola, abbiamo deciso di sostenerlo per l’elezione del segretario del Pd del 25 ottobre. Siamo fortemente convinti di quanto affermato in un documento di tutto il Pd lombardo: “la vera, grande discriminante tra una concezione conservatrice ed una riformatrice e progressista sta nell’assunzione o meno di questa priorità: tenere insieme nel sistema pubblico di istruzione e formazione equità ed efficacia, inclusione e valorizzazione delle eccellenze”.

In una delle sue prime interviste il Ministro Gelmini ha affermato che si sarebbe fatta guidare dalle parole d’ordine “merito”,  “autonomia”, “valutazione”. Poi sono arrivati il grembiulino, il voto in condotta e la maestrina dalla penna rossa e soprattutto quasi otto miliardi di tagli orizzontali in tre anni: una cura da cavallo che rischia di uccidere il malato e per giunta somministrata a tutti indiscriminatamente senza assumersi l’onere politico di valutare dove, cosa, come e se tagliare. Di fronte a questo comportamento, il Partito Democratico ha due possibilità: sostenere che il malato non esiste e che la scuola italiana gode di ottima salute, oppure contrapporre ad un centrodestra che propone come rimedio tagli indiscriminati e ritorni al passato una linea realmente capace di innovazione ed equità e di finalizzare ad esse investimenti e risparmi.

La difficoltà è proprio questa: far comprendere agli Italiani che il Pd vuole occuparsi di scuola pensando certo a tutti i soggetti “interni” al sistema interessati al suo buon funzionamento (insegnanti, dirigenti, personale), ma prima di tutto pensando alle famiglie, agli studenti e al progresso sociale e civile del Paese. Ricercando il confronto e quando possibile l’ accordo con i sindacati e le organizzazioni professionali, che hanno lo specifico compito di rappresentare gli operatori della scuola in quanto lavoratori e in quanto tecnici specializzati, ma in completa autonomia, che deve valere anche nei confronti dell’Amministrazione centrale e periferica.

Bersani, per la sua capacità di visione e per le battaglie che ha condotto fino ad oggi, è colui che più di altri può raccogliere questa sfida. Ha già dimostrato concretamente di saper contrastare interessi costituiti e rendite di posizione e siamo certi saprà farlo anche per raggiungere gli obiettivi che chi ha a cuore una scuola di qualità ha il dovere di perseguire.

Riteniamo un errore drammatico mettere in contrapposizione, come fa il Governo, il mondo della scuola e gli studenti e le famiglie che la frequentano: una qualsiasi riforma non si potrà mai fare senza, a prescindere da, o, peggio, contro gli insegnanti. Ma è altrettanto insensato pensare che una riforma vada bene solo se tanto rassicurante da lasciare sostanzialmente le cose come stanno in un momento in cui è evidente il calo di motivazione e il drastico mutamento nelle modalità di apprendimento dei nostri giovani.

C’è nella scuola non da oggi una parte significativa di docenti che è ben cosciente di queste esigenze e che si concepisce non solo come puro esecutore indifferente al risultato del suo lavoro, ma come professionista, come progettista di percorsi formativi. Per questo vuole che gli sia riconosciuto il diritto di poter crescere (nelle mansioni e nella retribuzione) nel corso della propria carriera lavorativa, che vuole le nuove tecnologie nelle classi, che vuole stare a scuola in uffici idonei non solo per le 18 ore in cui sta in aula, che ritiene suo sacrosanto diritto che il suo lavoro venga valutato e valorizzato, premiando impegno e risultati conseguiti. Per questo

non accetta più che il proprio percorso di assunzione avvenga un meccanismo anonimo ed ingiusto come l’attuale.

Un partito come il nostro deve “aiutare la scuola a cambiare” lavorando perché cresca, nella scuola e fuori dalla scuola, il consenso necessario affinché questa esigenza di cambiamento venga riconosciuta come interesse generale, strumento indispensabile di libertà e coesione sociale. Razionalizzare le risorse, eliminare gli sprechi, reinvestire i risparmi in questa operazione, richiedere nuove risorse finalizzandole a risultati chiari e misurabili è possibile e necessario.

Abbiamo sintetizzato gli obiettivi prioritari raggruppandoli in quattro grandi aree: riconoscimento dei meriti, valorizzazione della professionalità dei docenti, piena attuazione dell’autonomia scolastica e valutazione del sistema. Nelle schede che seguono proponiamo un primo approfondimento sulle priorità che abbiamo individuato.

1. Riconoscimento dei meriti. Oggi il merito è escluso dalla scuola
italiana: non è valorizzato il merito degli studenti, che
frequentano una scuola ancora di classe che espelle uno studente su
cinque (come testimoniano tutte le indagini nazionali e
internazionali) e porta ai massimi livelli di istruzione in gran
prevalenza chi appartiene ai livelli più alti della scala sociale; non
è valorizzato il merito degli insegnanti, che sono trattati come un
qualsiasi altro dipendente pubblico: reclutati con le modalità di un
dipendente pubblico e per di più retribuiti meno degli altri
dipendenti pubblici di pari livello di istruzione.
Va aggredito il fenomeno dell’abbandono e dell’insuccesso scolastico;
in Italia (con fenomeni che interessano anche il Nord del
Paese) circa il 20% di chi si iscrive in prima superiore abbandona la
scuola senza un titolo, nemmeno triennale: una vera emergenza
nazionale di cui quasi nessuno parla! Certamente non ne parlano i
cantori dei bei tempi andati, convinti che il segno della scuola di
oggi sia il lassismo e il permissivismo e che non si faccia selezione.
Valorizzare il merito vuol dire anche ripensare le nostre scuole:
metterle in sicurezza, ovviamente, ma anche adeguarle ai cambiamenti
che sono intervenuti: scuole con laboratori moderni, aule di
musica, biblioteche e aule con PC e Internet, spazi di aggregazione,
ma anche uffici per gli insegnanti perché possano restare a
scuola fuori dall’orario di lezione.

2. Valorizzazione della professionalità dei docenti. Questa passa
attraverso due innovazioni organizzative. La prima: dare
organicità alla “filiera” formazione iniziale, reclutamento,
formazione in servizio. “Occorre selezionare le persone più preparate,
formarle, stimolarle, valorizzarle, verificarne i risultati, premiare
le performance migliori” al fine di avere “non il maggior numero di
insegnanti, ma i migliori insegnanti possibili” e per fare questo
vanno ripensati gli strumenti di selezione “rozzi e inefficaci” quali
il concorso, “quasi esclusivamente basato su competenze disciplinari e
non sufficiente a decidere se il vincitore sarà, oppure no, un
valido insegnante” [cfr. “Malascuola” di Claudio Cremaschi (2009, ed.
Piemme)]. Per quanto riguarda la formazione in servizio, a
nostro avviso questa dovrà essere obbligatoria, analogamente a quanto
avviene per altre professioni, riguardare sia i dirigenti che gli
insegnanti e per questi ultimi non dovrà essere esclusivamente
attenente la disciplina insegnata.
La seconda innovazione riguarda la valorizzazione economica (che – a
parte gli scatti di anzianità previsti dalla contrattazione
nazionale – non dovrà più essere automatica, ma subordinata alla
valutazione) e la progressione di carriera. Molte sono le proposte
avanzate in questi anni sulle modalità per arrivare a questo obiettivo
e non è questa la sede dove sposarne una piuttosto che
un’altra. Quanto ci preme sottolineare è che questo passaggio non è
più rinviabile e che non potrà avvenire con interventi spot, quali
quelli ipotizzati da questo Governo, ma dovrà rappresentare un
radicale mutamento del modello organizzativo della scuola italiana.

3. Piena attuazione dell’autonomia scolastica. L’autonomia ha
rappresentato la più importante innovazione di sistema introdotta
nella scuola italiana. Ha rappresentato un volano formidabile per il
cambiamento, che ha consentito alla scuola italiana di restare in
piedi in questi anni di forte crisi del modello educativo e formativo,
grazie agli elementi di flessibilità che è stato possibile introdurre.
Oggi, a più di dieci anni dalla sua introduzione, l’autonomia non solo
non è pienamente attuata, ma è spesso osteggiata da chi
dovrebbe comunque rispettare una legge dello Stato e un livello (le
autonomie scolastiche) che – giova ricordarlo – ha dignità
costituzionale. Mentre, infatti, le scuole hanno faticosamente
sviluppato una propria cultura progettuale, l’Amministrazione ha
continuato a imporre modelli organizzativi, se non addirittura
pedagogici, centralizzati di cui il “ritorno al maestro
unico/prevalente” rappresenta solo l’ultima esemplificazione.
Al contrario, sarebbe necessario: modificare il criterio per
l’assegnazione delle risorse, che deve avvenire con un budget
assegnato e pochi vincoli; ridisegnare la governance degli istituti autonomi;
assegnare alle scuole la piena responsabilità della progettazione
disciplinare per il conseguimento delle competenze indicate nei LEP;
ripristinare l’organico funzionale (abolito de facto); normare con
legge ad hoc le reti di scuole, che supportino il lavoro delle singole
istituzioni scolastiche con la possibilità di delegare ad esse
alcune funzioni; riconoscere compiti di rappresentanza alle
associazioni delle scuole autonome.
In questo quadro, importante ed urgente è il completamento
dell’attuazione del Titolo V della Costituzione, che trasferisce alle
Regioni le competenze sull’insieme dei servizi scolastici offerti sul
territorio, lasciando allo Stato quelle di indirizzo generale e di
controllo. La piena assunzione di responsabilità da parte delle
Regioni potrà consentire di identificare i comportamenti virtuosi e
intervenire su quelli in cui i costi si allontanano troppo da quelli
standard, nonché di fare interventi perequativi sulle situazioni di
reale bisogno, ma rigorosamente controllati.

4. Valutazione del sistema. Fino ad ora ci si è limitati agli annunci.
Ed è un peccato perché potrebbe essere l’innovazione che
darebbe inizio a quella rivoluzione prima di tutto organizzativa di
cui la scuola ha urgente bisogno. Potrebbe avere sul medio periodo
lo stesso effetto vela per il cambiamento che (pur con i suoi limiti)
ha avuto l’autonomia scolastica. E ne sarebbe il suo naturale
completamento. Un’effettiva autonomia degli istituti scolastici
implica infatti necessariamente che lo Stato faccia un periodico
monitoraggio dei risultati da questi ottenuti, sia nell’ottica di
garantire ai cittadini che le singole istituzioni adempiano
efficacemente alla funzione cui sono preposte, sia per identificare eventuali
criticità sulle quali intervenire o esempi di buone pratiche da
premiare, valorizzare e “modellizzare”.
La valutazione dovrebbe essere sia interna che esterna. Per quanto
riguarda quella interna, dovrebbe essere affidata ad un mix
di attori: il dirigente, il comitato di valutazione composto da
docenti “senior” e utenti (famiglie e studenti), che – almeno in un
primo momento - si potrebbero limitare a definire gli elementi di
valutazione, senza poi valutare essi stessi. Per la valutazione
esterna ci si dovrà affidare ad un ente autonomo dal Ministero che operi secondo il
principio del “valore aggiunto”, sul modello di quanto
ipotizzato dal documento Invalsi curato da Checchi, Ichino e
Vittadini, quindi: «La valutazione delle scuole [deve] fondarsi su una
misurazione dell’apprendimento degli studenti che tenga conto delle
condizioni di partenza e di contesto in cui gli studenti vivono e le
scuole operano».
-- Marco Campione www.marcocampione.it

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Discorso agli Educatori di Dario Franceschini

ottobre 5, 2009 by scuolaoggi, under proposte del PD.

Discorso agli Educatori di Dario Franceschini
Napoli, 4 ottobre 2009
Un ministro di questo governo, uno di quelli con il più alto indice di gradimento e di esposizione mediatica, qualche giorno fa, parlando dal palco di una festa di partito, si è lasciato andare ad una serie di pesanti e volgari insulti alle opposizioni.
Non è stata una sfuriata improvvisa, frutto, magari, di un incontrollato impeto di rabbia. La cosa, era capitata già qualche giorno prima: stesso linguaggio, stesse volgarità, stessi obiettivi.
Intervistato da un giornalista sul perché di tanta furia, il ministro della Funzione Pubblica ha tranquillamente spiegato che se non avesse usato quel linguaggio, quel tono e quello stile i giornali non si sarebbero accorti dei suoi ragionamenti e non gli avrebbero dato spazio.
Devo confessare che questa giustificazione mi ha colpito anche più della volgarità.
Se questa è la società in cui viviamo, se il circuito che tiene assieme potere e comunicazione si regge su queste regole, se un uomo delle istituzioni ritiene inevitabile aderirvi, che senso ha parlare di educazione?
Educare a cosa?
Partiamo da qui.
Potremmo dire semplicemente che la società italiana è maleducata. Ma detto così, sarebbe un giudizio superficiale.
In realtà, dietro la crosta di questa maleducazione fatta di volgarità, ignoranza, arroganza, c’è il progressivo affermarsi di modelli culturali che rappresentano una forte rottura con quelli tradizionali.
E dentro questa rottura c’è anche la crisi dei soggetti educativi. Di quelle che una volta si chiamavano agenzie formative.
Questi nuovi modelli culturali, sui quali si plasma lo stile di vita oggi dominanti, e non solo delle nuove generazioni, non nascono dal nulla.
Quella rottura ha avuto ed ha tratti comuni in molte società occidentali.
Ma c’è una specificità italiana. E purtroppo in negativo.
Ai caratteri universali di quello che oggi si chiama il mercatismo, con il suo carico di ideologie ultraliberiste, si sono sommati antichi vizi nostrani.
Il quadro è desolante.
Il trionfo di un individualismo che degenera in egoismo.
La religione dell’apparire.
Il culto di un successo che ha come unico parametro il conto in banca.
L’arte di arrangiarsi elevata a filosofia di vita.
Una competizione esasperata che troppo spesso prescinde dal merito. Per cui i furbi hanno sempre la prima fila. E gli onesti restano in coda. Magari anche derisi.
Una perdurante e preoccupante crisi di legalità che è strettamente connessa al tema dell’educazione.
La propensione a sfruttare e a violentare il territorio e l’ambiente, incuranti delle conseguenze.
E’ questa la deformata modernità che si è trascinata appresso la società dei consumi.
Quella che ha trasformato i cittadini in clienti. Le persone in utenti. Le comunità in appendici dei centri commerciali. Lì dove si consumano i sogni e i desideri.
Ma anche le frustrazioni di chi non può. Di chi non ce la fa. Di chi non è abbastanza ricco. Di chi non è abbastanza bello. Di chi non corrisponde ai canoni vincenti. E’ l’Italia che somiglia alle sue televisioni. E che in esse si specchia. Con una particolarità che non è un dettaglio: la perfetta sovrapposizione tra sistema televisivo e sistema politico berlusconiano.
Una originalità che abbiamo sottovalutato, non solo perché non abbiamo fatto, quando dovevamo, una rigorosa legge sul conflitto d’interessi.
Ma anche perché non abbiamo tenuto conto del fatto che quella totale sovrapposizione tra tv e politica, annullando ogni distinzione, finiva per far coincidere lo strumento con il contenuto.
Così la tv è diventata la politica. Il suo modello culturale è il nuovo messaggio politico.
Il suo linguaggio è il linguaggio della politica. Il trash che fa alzare gli indici di ascolto è quello che spinge quel ministro a cercare la popolarità nella volgarità.
A questa politica, a questo sistema di potere fa comodo ridurre l’opinione pubblica ad una platea di spettatori passivi. Di consumatori di sogni e di illusioni a buon mercato. Così non c’è più bisogno di educatori. Bastano i venditori.
“Professore, la saggezza oggi non serve più, è una cosa del passato, mi ha detto un’alunna kosovara che si è inserita presto e bene in questo frenetico supermercato. Oggi bastano i soldi e la tecnologia”. Parole di Marco Lodoli, scrittore e insegnante, contenute in un suo recente libro dedicato alla scuola, “Il rosso e il blu”.
Ecco. La scuola. La destra al governo sembra pensarla più o meno come l’alunna di Lodoli. E dato che i soldi contano più della saggezza, la scuola diventa solo un capitolo del bilancio dello stato.
Un capitolo da cui attingere risorse. Tagli devastanti: in tre anni una riduzione poco meno di 8 miliardi di euro e di oltre 130 mila docenti, tecnici, amministrativi e ausiliari. Il risultato è una scuola in ginocchio. Oberata dai debiti. Senza risorse per garantire le condizioni minime per il funzionamento quotidiano delle singole scuole. Mancano i soldi per le fotocopie, per i sussidi didattici, per ogni cosa.
I tagli sono prima di tutto tagli alla civiltà. Tagli che costringono a ridurre drasticamente il sostegno ai diversamente abili. Tagli che provocano il sovraffollamento delle classi. E quando in una classe ci sono 30, 33, e fino a 41 alunni, come pure sta capitando, i più penalizzati sono inevitabilmente i ragazzi più deboli, quelli che avrebbero bisogno di maggiore attenzione.
Tagli che colpiscono anche la possibilità di intervenire su strutture fatiscenti che mettono a repentaglio la stessa incolumità di chi abita la scuola ogni giorno. E’ possibile tutto questo in un paese civile?
Ma, come sappiamo, la politica del governo si è accanita soprattutto e violentemente contro gli insegnati. E ha prodotto quello che abbiamo definito il più grande licenziamento di massa nella pubblica amministrazione. Non si tratta di numeri. Ma di persone. Di professionalità. Di esperienze. Di donne, che sono la maggior parte, e di uomini che alla scuola italiana hanno dato la loro passione e la loro vita. Si dice precari, quasi a sminuirne il ruolo e l’importanza. Li ho incontrati, girando per l’Italia. Ho conosciuta la loro angoscia e la loro rabbia. Per aver perso il posto di lavoro, certo. Per vedere messi a rischio il loro futuro e quello delle loro famiglie. Ma soprattutto e prima di tutto per aver visto insultata la loro dignità di professori.
Ne ho incontrati due, a Messina. Due donne, davanti al Municipio. Avevano iniziato lo sciopero della fame da una settimana. Mi hanno detto: ci chiamano precari, ma insegniamo da vent’anni. Noi siamo insegnanti. Le ho convinte a mettere fine a quella drammatica protesta assumendo un impegno: la loro battaglia è la nostra battaglia.
Li chiamano precari, perché in questa condizione li ha ridotti il sistema di reclutamento italiano. Un male che viene da lontano ma che quando abbiamo governato avevamo appena cominciato a correggere.
Vi chiamano precari. Ma avete vinto concorsi, conseguito abilitazioni. Avete fatto tutto quello che la legge di questo Paese prescrive per poter essere insegnanti. Eppure adesso un ministro e un governo vi trattano come un problema sociale. Come una categoria cui concedere una neanche tanto generosa elemosina.
Ho partecipato alle vostre proteste. Sono stato al vostro fianco nelle vostre manifestazioni. Quando a Benevento le telecamere dei telegiornali mi hanno ripreso sul tetto, accanto ai precari in lotta, qualcuno ha avuto da ridire. Hanno detto che protestare in quel modo fa perdere autorevolezza. Penso che sia il contrario. L’autorevolezza, la credibilità, la forza di un grande partito si misura accanto alla gente. Lottando contro le ingiustizie. E si perde quando si resta lontano dai problemi. Dalle speranze e dagli interessi.
Noi siamo riformisti. Ma essere riformisti non significa rinunciare ad alzare la voce quando è necessario. E quella degli insegnanti precari è causa per cui battersi con tutte le forze.
Non si tratta di una questione corporativa. Non siamo la stampella di nessun sindacato. Vogliamo, piuttosto, che la politica si occupi della scuola. Che non la lasci morire.
E siamo preoccupati, perché colpire gli insegnanti, come sta facendo la destra, significa demolire uno dei pilastri fondamentali, assieme agli studenti e alle famiglie, su cui si regge la scuola.
Sono bastati pochi giorni dall’apertura dell’anno scolastico per toccare con mano i devastanti effetti prodotti dalle scelte del governo.
Pochi esempi. Non sono state attivate numerose sezioni di scuola per l’infanzia, seppur richieste.
Nella scuola primaria, in molti casi non si è data risposta alla domanda di tempo pieno, che non può essere confuso con un tempo scuola a 40 ore, poiché diverso è il modello didattico offerto. Nel tempo scuola a 40 ore, infatti, c’è un avvicendamento di molti docenti per un numero residuale di ore. Il tempo pieno è invece un modello educativo che si basa sulla condivisione della responsabilità didattica e della compresenza in un tempo disteso di apprendimento.
Anche le toppe che lo stesso governo ha immaginato di poter mettere ad una situazione che fa acqua da tutte le parti non servono a migliorare la situazione dei precari. Ad esempio, la soluzione prospettata con i cosiddetti «contratti di disponibilità» è del tutto insufficiente, poiché se da un lato sostituisce di fatto i limitati ammortizzatori sociali già operanti nel passato, dall’altro non salvaguarda la risorsa docente e al contrario crea discriminazione tra i precari stessi.
E anche la scelta di ricercare accordi con le singole regioni, affinché integrino con risorse proprie quelle già previste per l’indennità di disoccupazione, è solo un maldestro tentativo di scaricare sulle regioni il costo sociale dei tagli.
Serve, dunque, un radicale cambiamento di rotta.
Abbiamo messo in campo le nostre proposte su cui sfidare il governo. Si fermino.
Predispongano subito un piano straordinario, sostenuto da risorse aggiuntive, finalizzato all’abolizione dei tagli e all’immissione in ruolo per docenti e amministrativi, tecnici e ausiliari, così come era previsto dalla legge finanziaria 2007.
Si pensi ad un’indennità di disoccupazione per due anni (pari al 60 per cento della retribuzione nel primo anno e al 50 per cento nel secondo) ai precari il cui contratto non possa essere in nessun modo rinnovato e che hanno lavorato per almeno 180 giorni nell’anno scolastico 2008/2009.
Ci si impegni e a garantire la maturazione del punteggio di servizio nelle graduatorie ad esaurimento.
E ci si adoperi a realizzare un incremento degli organici del personale ATA, per fare fronte ad una situazione di assoluta emergenza per la mancata apertura di molti plessi e sedi scolastiche e per l’impossibilità in molte istituzioni scolastiche di garantire la normale attività amministrativa e didattica di inizio anno scolastico.
Si faccia in modo, poi, che gli eventuali accordi regionali per il precariato rispondano a criteri d’intervento e di applicazione unitaria e, pertanto, che uno schema di convenzione sia discusso con la massima urgenza al tavolo di confronto della Conferenza unificata Stato/regioni. Con l’obiettivo esplicito che questi interventi prevedano comunque garanzie per tutto il personale precario della scuola, sia docente sia ATA.
Si garantisca davvero a tutti il diritto allo studio ed al successo scolastico, con un piano straordinario che assicuri borse di studio, libri gratuiti per i dieci anni della scuola dell’obbligo, mense e trasporti.
Un piano che si prenda cura del successo scolastico dei bambini diversamente abili e svantaggiati e la piena integrazione dei bambini immigrati, contrastando la dispersione e l’abbandono scolastico.
Ci si impegni ad evitare la chiusura delle piccole scuole in montagna e nelle isole minori, dove queste costituiscono presidio pubblico insostituibile per l’educazione dei bambini e per la comunità.
Si metta in campo un piano straordinaria di aggiornamento in servizio dei docenti, partendo dalla scuola media e dal biennio dell’obbligo, con priorità per la matematica, le discipline scientifiche e linguistiche.
Si studi un sistema di valutazione delle scuole e dei docenti, gestito da una «autorità esterna», riguardante docenti e dirigenti scolastici con l’obiettivo di individuare e diffondere le migliori esperienze e di incentivarle e di sostenere le situazioni di svantaggio.
Si avviino d’intesa con le regioni, da subito, sperimentazioni in varie province, per migliorare l’efficacia e l’efficienza della spesa per l’istruzione, lasciando le risorse risparmiate ai territori e alle scuole che le hanno realizzate, premiando cosi le realtà più virtuose.
Ci si impegni a riconoscere l’apprendimento per tutta la vita come diritto di ogni cittadino. Ecco il nostro riformismo.
Ma non si può parlare di riforma senza una riflessione di più lungo respiro sui problemi che impongono il cambiamento. Per capire in che direzione occorre spingere la nostra iniziativa.
Dobbiamo riconoscere che la scuola sta perdendo il carattere di innovazione sociale che ha avuto fino agli anni Settanta. Per ragioni diverse.
Perché è profondamente cambiato il rapporto tra le conoscenze trasmesse a scuola e quelle apprese fuori da essa.
La scuola pubblica è nata come istituzione quasi monopolistica del sapere, in una società povera di altre “fonti” formative. Oggi la situazione è rovesciata: la scuola opera in una società complessa, in competizione con molte altre occasioni e momenti formativi. Le conoscenze che la scuola dispensa, sono, o appaiono, spesso arretrate rispetto a quelle che gli studenti e le loro famiglie ricevono da altre fonti.
Altra ragione. La scuola deve fare i conti con quello che appare un vuoto di autorità. Fino a qualche anno fa la figura dell’insegnante aveva un prestigio sociale di primo piano. Si trattava di uno status che prescindeva dallo stipendio che un professore o un maestro poteva percepire ma che aveva a che fare con la nobiltà della loro funzione. Con il riconoscimento dell’importanza del sapere come elemento decisivo nella formazione e nella vita delle persone.
Oggi la realtà è diversa. In una società abituata a misurare il successo sul livello del reddito gli insegnanti hanno visto ingiustamente consumare il loro ruolo e la loro posizione nella scala sociale in modo proporzionale al valore delle loro retribuzioni.
Ma c’è un’altra ragione più sottile ma altrettanto importante.
Il discredito di tutto ciò che è pubblico, di tutto ciò che è riferibile allo stato, alle sue inefficienze, ai suoi ritardi, alle sue incrostazioni si riversa sulla scuola. E ingiustamente sui docenti che negli anni hanno visto ridotta la loro considerazione sociale anche per questo motivo.
E fa rabbia che la più dolorosa e intollerabile delle offese oggi venga dall’interno dello stato. Da quei ministri che bollano come fannulloni donne e uomini che dedicano la loro vita alla scuola in cambio di meno di 1.200 euro al mese.
Infine un altro elemento su cui riflettere.
Parlo di ciò che significa scuola nella società complessa. Parlo della parcellizzazione ed estensione delle conoscenze che non sappiamo padroneggiare e tradurre in scuola.
Parlo della società multiculturale e del grande tema, al quale ho fatto cenno, dell’integrazione.
Parlo del fatto che sui banchi di scuola sono arrivati, in carne ed ossa, i figli di altri mondi. In questo anno scolastico sono 700.000 gli studenti stranieri. E noi non sappiamo ancora come fare spazio alle loro storie rivalutando e ripensando la nostra.
Se c’è una grave emergenza educativa; se si sta sgretolando il senso delle nostre comunità; se fatichiamo anche solo a condividere un’idea di bene comune come bene di tutti, allora pensiamo da dove è possibile ripartire per cambiare le cose.
La nostra risposta è un Patto Educativo. Un patto che deve coinvolgere tutti. Ovviamente è in campo la scuola, ovviamente sono in campo i luoghi educativi. Ma prima ancora deve essere in campo la città nel suo insieme, la comunità nazionale nel suo insieme: scuola, famiglie, associazioni, parrocchie, sport, università, assessorati ai giovani.
E queste realtà devono operare in rete. Perché passare valori e conoscenze e senso della vita, senso della comunità, senso del futuro, alle nuove generazioni è compito di tutti ed è possibile solo farlo con forte patto di corresponsabilità.
E questo patto educativo va messo in cima alla lista delle priorità della politica. Perché il sapere, la cultura, la cura e la formazione dei nostri figli sono la risorsa più preziosa di cui l’Italia dispone.
L’Italia non ha altre possibilità nella competizione globale che investire sull’intelligenza. Sulla creatività. Sui saperi. Sulla qualità. Sul merito. Sulle potenzialità dei nostri talenti.
Ma è la scuola il luogo in cui questa potenzialità si coltiva e si sviluppa. La scuola è il più importante patrimonio pubblico. Una scuola capace di offrire a tutti le stesse occasioni. Le stesse opportunità. Una scuola capace di preparare il futuro. Il futuro dei nostri figli come nuovi cittadini.
Ma anche il futuro di cose molto concrete: il lavoro, la convivenza, l’integrazione, la prevenzione sanitaria, la pace sociale, la pace religiosa.
Pensiamo a quale importanza abbiano avuto, nella vita di ognuno di noi, quegli anni passati in aula, tra compagni e compagne, per capire, discutere, imparare, crescere. Quegli anni sono una risorsa fondamentale. Essenziale. Sprecarli vuol dire ipotecare una vita. Noi vogliamo un’Italia che traduca in scuole di qualità quella che è da secoli la sua vocazione e la sua forza: essere un paese vivace, ricco di storia e di creatività, di cervelli e di talenti.
Scuole di qualità significa didattica ma anche non lavorare in edifici che cadono a pezzi. Per questo pensiamo ad una cosa molto concreta: l’edilizia scolastica. Anche qui sfidiamo il governo. Hanno proposto il piano casa per rimettere in moto l’economia riattivando il volano dell’edilizia, anche a costo di devastare il territorio.
Noi rilanciamo: un grande piano di manutenzione straordinaria di tutte le scuole italiane, che potrebbe essere finanziato anche attraverso l’esclusione, finalizzata alle scuole, dei vincoli del patto di stabilità che blocca gli investimenti degli enti locali. Mettiamo in cantiere un piano straordinario per la messa a norma degli edifici. Per il risparmio energetico e l’utilizzazione di fonti alternative.
Per la realizzazione di strutture, laboratori, attrezzature didattiche. Un piano del genere farebbe lavorare le imprese ma sarebbe anche un passo decisivo per la ricostruzione di quello spazio pubblico il cui valore sociale va ben oltre la scuola.
La rete delle scuole italiane così ristrutturata potrebbe diventare il più forte presidio dell’idea stessa di comunità. Una rete di edifici pubblici che dovrebbero restare aperti il pomeriggio. Uno spazio aperto, oltre alla didattica, alla vita dei giovani, delle famiglie. Alle iniziative culturali. Alla formazione in senso più ampio. A quella educazione alla cittadinanza e alla legalità che in tante aree del nostro paese continua ad essere un’emergenza. Luoghi privilegiati per ricostruire legami, appartenenza, identità, integrazione.
Del resto, nella nostra storia, questa funzione la scuola l’ha avuta.
Parlo dell’esperienza mia e della mia generazione.
A scuola è cominciato il mio impegno. Prima nel consiglio di classe e poi nel consiglio di istituto.
E già nel linguaggio ideologico di quegli anni ponevamo il tema dell’agibilità politica, dell’esigenze di usare gli edifici scolastici fuori dall’orario di lezione. Del resto a scuola si parlava non solo di noi, del nostro futuro. Di quello che avremmo fatto da grandi. Ma ci si occupava degli altri. Del mondo.
Quella stagione è alle spalle. Per molti il tradimento della politica è stato più forte dei sogni di quegli anni. Ma ogni generazione ha diritto alla sua speranza. Al suo futuro.
Adesso aiutiamo i nostri figli, le nuove generazioni.
E il modo più onesto per farlo è garantire loro niente di meno di ciò che abbiamo avuto noi. E se possibile qualcosa di più.
E allora più scuola. E una scuola migliore, cioè capace di corrispondere alle sfide del nostro tempo.
Tra queste ne indicherei soprattutto una, che per ora rimane fuori dalla prospettiva delle nostre scuole: costruire la nuova identità di cittadini europei.
L’Europa è il nostro orizzonte. E allora anche la scuola va pensata in quella prospettiva.
Lo abbiamo fatto per i diritti civili, per i diritti politici, per le merci, per la moneta, per il parlamento, lo stiamo facendo per le regole della concorrenza e del mercato del lavoro, del fisco, della sicurezza. Lo dobbiamo fare per la scuola.
I Trattati europei su cui si regge la comunità di 27 stati non prevedono ancora una vera politica europea per la scuola e per l’università.
Ma se l’Europa comunitaria non prevede una scuola europea non è però detto che i popoli e i governi non possano insieme, con decisioni multilaterali, decidere di organizzarsi come se le regole ci fossero già.
La mia proposta è che ci si attivi per costruire un Liceo Europeo. Un liceo dove studenti di tutta la Comunità studino allo stesso modo, con il medesimo obiettivo, con la possibilità di scambiarsi il banco e i professori. Mi piacerebbe che tra cinque anni in tutti i paesi europei un nostro figlio possa scegliere di iscriversi al liceo europeo, o ad uno dei suoi indirizzi, sapendo di entrare a fare parte di coloro che pensano europeo e che concepiscono il mondo come ad un solo mondo, comune.
Non un liceo che studia cose in più, ma semplicemente un liceo comune a tutti i giovani europei, che possano frequentarlo anche cambiando nazione nei diversi anni di corso.
Perché nulla più di una scuola comune può aiutare a superare le frontiere che ancora esistono nella mentalità e nella visione del mondo.
E poi sarebbe giusto pensare ad un Erasmus per i giovani tra i 16 e i 18 anni: per cui tutti possano passare un semestre in un altro liceo europeo. Un Erasmus europeo alla portata di tutti, che non sia un gioco o un passatempo per figli di papà, ma il modo per rimettere in moto l’ascensore sociale, per rimescolare le carte.
Scuola, università e ricerca.
Non ci stancheremo di ripetere che è in quella direzione che dobbiamo cercare il nostro futuro. Che solo la trasmissione dei saperi, l’innovazione culturale, la formazione delle capacità delle persone possono sostenere il nostro sviluppo economico.
Poche parole sull’università, tema che toccherò anche in altre tappe del mio viaggio attraverso l’Italia, quando affronterò il tema della valorizzazione dei nostri talenti e quando poi tornerò qui nel Sud per parlare ai giovani.
Anche all’università, come alla scuola, servono soprattutto due cose: risorse e certezze.
E allora anche qui. La prima cosa è cancellare la logica dei tagli.
Per questo abbiamo proposto di destinare 1 miliardo di euro al sistema universitario, di cui 600 milioni per cancellare i tagli e 400 milioni destinati esclusivamente ai più giovani: studenti, dottori di ricerca, ricercatori precari
Risorse significa soprattutto finanziare il merito, la qualità, l’eccellenza. Ci sono molte più realtà di quanto non si creda. Per questo abbiamo proposto una quota del 20 per cento di finanziamento premiale sulla base della qualità dei risultati ottenuti nella didattica e nella ricerca da ciascuna università.
E pensiamo anche alla defiscalizzazione delle donazioni alle università.
Chiediamo, infine, che il finanziamento della ricerca di interesse nazionale avvenga con sistemi internazionali di valutazione.
Ma quanti giovani ricercatori sono costretti a partire perché il nostro paese non investe su di loro?
Lo diciamo da troppo tempo. E’ arrivato il momento di mettere in campo misure concrete. Anche qui abbiamo fatto le nostre proposte in Parlamento.
La defiscalizzazione contributiva per chi assume dottori di ricerca a tempo indeterminato e riduzione dell’IRPEF per gli interessati.
La riduzione del lavoro precario: una sola tipologia di contratto di ricerca e didattica integrativa, riservato a dottori di ricerca per un massimo di sei anni, con coperture previdenziali e assicurative analoghe ai lavoratori a tempo determinato.
Il finanziamento nazionale dei migliori progetti di giovani dottori di ricerca, comprensivo delle spese di personale. I vincitori scelgono l’università in cui condurre la propria ricerca.
Il criterio del merito, come ho detto, deve essere il baricentro di ogni discorso sulla formazione. Merito degli studenti.
E merito dei docenti, per i quali, a tutti i livelli, il criterio della valutazione indipendente, e non dell’anzianità, deve essere la regola organizzativa, la base per la differenziazione delle retribuzioni.
Una valutazione che deve riguardare i singoli ma anche gli istituti e deve diventare il criterio per il mantenimento in vita di corsi e facoltà.
E anche parlando di università voglio inquadrare il discorso in un orizzonte europeo. Perché i nostri figli sono già cittadini dell’Europa.
Nella mozione che accompagna la mia candidatura c’è la proposta per i giovani studenti un anno di presenza all’estero finanziata. Ma anche incentivi a studenti stranieri per studiare in Italia.
Mobilità. E’ una parola che dovremmo abbinare a università.
Mobilità anche interna: uno scambio fra studenti e professori di scuola e università del Nord e del Sud per rafforzare esperienze e culture comuni.
E questa mobilità, può essere la cifra qualificante del nostro sistema 3+2.
Ma questa si realizza favorendo progetti didattici comuni fra le diverse Università, Progetti complementari fra le Università del nord e del sud.
Si garantisce attraverso la proiezione delle università italiane nel contesto internazionale, favorendo soprattutto per i corsi di laurea triennale e magistrale i corsi di lingua inglese per attirare studenti stranieri.
E poi dobbiamo fare in modo che le nostre università si pongano all’interno di progetti didattici a livello internazionale.
In altre parole anziché giocare le università le une contro le altre è il momento di fare e consolidare il sistema, proiettandolo all’esterno, accettando la sfida della competizione globale.
Ecco. Rompere il guscio duro della conservazione, dei privilegi, dei pregiudizi. Recuperare ritardi. Dare stabilità e certezze al nostro sistema educativo.
Non riusciremo a fare tutte queste cose senza la passione civile, il coraggio, e la pazienza degli educatori. Senza la profonda umanità di queste donne e di questi uomini nelle mani dei quali mettiamo il futuro dei nostri figli.
I buoni maestri.
Ne ho incontrato uno, tanti anni fa, proprio qui a Napoli. Mi raccontò una storia a cui non volevo credere. Mi raccontò di bambini di questa città che non avevano mai visto il mare. Bambini che non erano mai entrati in una classe e che erano stati abituati ad avere più paura della scuola che della Polizia. La paura di quei bambini era ed è il terreno di coltura dell’illegalità e del crimine. Ma era ed è anche la cattiva coscienza dello stato, dell’assenza delle istituzioni, delle omissioni delle politiche pubbliche. Di chi quei bambini non doveva lasciare soli.
E questo è il mio impegno: saremo accanto a quei bambini.
Saremo al fianco di quei buoni maestri.
Perché è ora che la politica cambi se stessa per cambiare davvero il Paese.
Senza rinvii, senza promesse per un tempo lontano, ma cominciando subito.
Adesso.

Napoli, 4 ottobre 2009

Un ministro di questo governo, uno di quelli con il più alto indice di gradimento e di esposizione mediatica, qualche giorno fa, parlando dal palco di una festa di partito, si è lasciato andare ad una serie di pesanti e volgari insulti alle opposizioni.

Non è stata una sfuriata improvvisa, frutto, magari, di un incontrollato impeto di rabbia. La cosa, era capitata già qualche giorno prima: stesso linguaggio, stesse volgarità, stessi obiettivi.

Intervistato da un giornalista sul perché di tanta furia, il ministro della Funzione Pubblica ha tranquillamente spiegato che se non avesse usato quel linguaggio, quel tono e quello stile i giornali non si sarebbero accorti dei suoi ragionamenti e non gli avrebbero dato spazio.

Devo confessare che questa giustificazione mi ha colpito anche più della volgarità.

Se questa è la società in cui viviamo, se il circuito che tiene assieme potere e comunicazione si regge su queste regole, se un uomo delle istituzioni ritiene inevitabile aderirvi, che senso ha parlare di educazione?

Educare a cosa?
Partiamo da qui.

Potremmo dire semplicemente che la società italiana è maleducata. Ma detto così, sarebbe un giudizio superficiale.

In realtà, dietro la crosta di questa maleducazione fatta di volgarità, ignoranza, arroganza, c’è il progressivo affermarsi di modelli culturali che rappresentano una forte rottura con quelli tradizionali.

E dentro questa rottura c’è anche la crisi dei soggetti educativi. Di quelle che una volta si chiamavano agenzie formative.

Questi nuovi modelli culturali, sui quali si plasma lo stile di vita oggi dominanti, e non solo delle nuove generazioni, non nascono dal nulla.

Quella rottura ha avuto ed ha tratti comuni in molte società occidentali.

Ma c’è una specificità italiana. E purtroppo in negativo.

Ai caratteri universali di quello che oggi si chiama il mercatismo, con il suo carico di ideologie ultraliberiste, si sono sommati antichi vizi nostrani.

Il quadro è desolante.
Il trionfo di un individualismo che degenera in egoismo.

La religione dell’apparire.
Il culto di un successo che ha come unico parametro il conto in banca.
L’arte di arrangiarsi elevata a filosofia di vita.

Una competizione esasperata che troppo spesso prescinde dal merito. Per cui i furbi hanno sempre la prima fila. E gli onesti restano in coda. Magari anche derisi.

Una perdurante e preoccupante crisi di legalità che è strettamente connessa al tema dell’educazione.

La propensione a sfruttare e a violentare il territorio e l’ambiente, incuranti delle conseguenze.

E’ questa la deformata modernità che si è trascinata appresso la società dei consumi.

Quella che ha trasformato i cittadini in clienti. Le persone in utenti. Le comunità in appendici dei centri commerciali. Lì dove si consumano i sogni e i desideri.

Ma anche le frustrazioni di chi non può. Di chi non ce la fa. Di chi non è abbastanza ricco. Di chi non è abbastanza bello. Di chi non corrisponde ai canoni vincenti. E’ l’Italia che somiglia alle sue televisioni. E che in esse si specchia. Con una particolarità che non è un dettaglio: la perfetta sovrapposizione tra sistema televisivo e sistema politico berlusconiano.

Una originalità che abbiamo sottovalutato, non solo perché non abbiamo fatto, quando dovevamo, una rigorosa legge sul conflitto d’interessi.

Ma anche perché non abbiamo tenuto conto del fatto che quella totale sovrapposizione tra tv e politica, annullando ogni distinzione, finiva per far coincidere lo strumento con il contenuto.

Così la tv è diventata la politica. Il suo modello culturale è il nuovo messaggio politico.

Il suo linguaggio è il linguaggio della politica. Il trash che fa alzare gli indici di ascolto è quello che spinge quel ministro a cercare la popolarità nella volgarità.

A questa politica, a questo sistema di potere fa comodo ridurre l’opinione pubblica ad una platea di spettatori passivi. Di consumatori di sogni e di illusioni a buon mercato. Così non c’è più bisogno di educatori. Bastano i venditori.

“Professore, la saggezza oggi non serve più, è una cosa del passato, mi ha detto un’alunna kosovara che si è inserita presto e bene in questo frenetico supermercato. Oggi bastano i soldi e la tecnologia”. Parole di Marco Lodoli, scrittore e insegnante, contenute in un suo recente libro dedicato alla scuola, “Il rosso e il blu”.

Ecco. La scuola. La destra al governo sembra pensarla più o meno come l’alunna di Lodoli. E dato che i soldi contano più della saggezza, la scuola diventa solo un capitolo del bilancio dello stato.

Un capitolo da cui attingere risorse. Tagli devastanti: in tre anni una riduzione poco meno di 8 miliardi di euro e di oltre 130 mila docenti, tecnici, amministrativi e ausiliari. Il risultato è una scuola in ginocchio. Oberata dai debiti. Senza risorse per garantire le condizioni minime per il funzionamento quotidiano delle singole scuole. Mancano i soldi per le fotocopie, per i sussidi didattici, per ogni cosa.

I tagli sono prima di tutto tagli alla civiltà. Tagli che costringono a ridurre drasticamente il sostegno ai diversamente abili. Tagli che provocano il sovraffollamento delle classi. E quando in una classe ci sono 30, 33, e fino a 41 alunni, come pure sta capitando, i più penalizzati sono inevitabilmente i ragazzi più deboli, quelli che avrebbero bisogno di maggiore attenzione.

Tagli che colpiscono anche la possibilità di intervenire su strutture fatiscenti che mettono a repentaglio la stessa incolumità di chi abita la scuola ogni giorno. E’ possibile tutto questo in un paese civile?

Ma, come sappiamo, la politica del governo si è accanita soprattutto e violentemente contro gli insegnati. E ha prodotto quello che abbiamo definito il più grande licenziamento di massa nella pubblica amministrazione. Non si tratta di numeri. Ma di persone. Di professionalità. Di esperienze. Di donne, che sono la maggior parte, e di uomini che alla scuola italiana hanno dato la loro passione e la loro vita. Si dice precari, quasi a sminuirne il ruolo e l’importanza. Li ho incontrati, girando per l’Italia. Ho conosciuta la loro angoscia e la loro rabbia. Per aver perso il posto di lavoro, certo. Per vedere messi a rischio il loro futuro e quello delle loro famiglie. Ma soprattutto e prima di tutto per aver visto insultata la loro dignità di professori.

Ne ho incontrati due, a Messina. Due donne, davanti al Municipio. Avevano iniziato lo sciopero della fame da una settimana. Mi hanno detto: ci chiamano precari, ma insegniamo da vent’anni. Noi siamo insegnanti. Le ho convinte a mettere fine a quella drammatica protesta assumendo un impegno: la loro battaglia è la nostra battaglia.

Li chiamano precari, perché in questa condizione li ha ridotti il sistema di reclutamento italiano. Un male che viene da lontano ma che quando abbiamo governato avevamo appena cominciato a correggere.

Vi chiamano precari. Ma avete vinto concorsi, conseguito abilitazioni. Avete fatto tutto quello che la legge di questo Paese prescrive per poter essere insegnanti. Eppure adesso un ministro e un governo vi trattano come un problema sociale. Come una categoria cui concedere una neanche tanto generosa elemosina.

Ho partecipato alle vostre proteste. Sono stato al vostro fianco nelle vostre manifestazioni. Quando a Benevento le telecamere dei telegiornali mi hanno ripreso sul tetto, accanto ai precari in lotta, qualcuno ha avuto da ridire. Hanno detto che protestare in quel modo fa perdere autorevolezza. Penso che sia il contrario. L’autorevolezza, la credibilità, la forza di un grande partito si misura accanto alla gente. Lottando contro le ingiustizie. E si perde quando si resta lontano dai problemi. Dalle speranze e dagli interessi.

Noi siamo riformisti. Ma essere riformisti non significa rinunciare ad alzare la voce quando è necessario. E quella degli insegnanti precari è causa per cui battersi con tutte le forze.

Non si tratta di una questione corporativa. Non siamo la stampella di nessun sindacato. Vogliamo, piuttosto, che la politica si occupi della scuola. Che non la lasci morire.

E siamo preoccupati, perché colpire gli insegnanti, come sta facendo la destra, significa demolire uno dei pilastri fondamentali, assieme agli studenti e alle famiglie, su cui si regge la scuola.

Sono bastati pochi giorni dall’apertura dell’anno scolastico per toccare con mano i devastanti effetti prodotti dalle scelte del governo.

Pochi esempi. Non sono state attivate numerose sezioni di scuola per l’infanzia, seppur richieste.

Nella scuola primaria, in molti casi non si è data risposta alla domanda di tempo pieno, che non può essere confuso con un tempo scuola a 40 ore, poiché diverso è il modello didattico offerto. Nel tempo scuola a 40 ore, infatti, c’è un avvicendamento di molti docenti per un numero residuale di ore. Il tempo pieno è invece un modello educativo che si basa sulla condivisione della responsabilità didattica e della compresenza in un tempo disteso di apprendimento.

Anche le toppe che lo stesso governo ha immaginato di poter mettere ad una situazione che fa acqua da tutte le parti non servono a migliorare la situazione dei precari. Ad esempio, la soluzione prospettata con i cosiddetti «contratti di disponibilità» è del tutto insufficiente, poiché se da un lato sostituisce di fatto i limitati ammortizzatori sociali già operanti nel passato, dall’altro non salvaguarda la risorsa docente e al contrario crea discriminazione tra i precari stessi.

E anche la scelta di ricercare accordi con le singole regioni, affinché integrino con risorse proprie quelle già previste per l’indennità di disoccupazione, è solo un maldestro tentativo di scaricare sulle regioni il costo sociale dei tagli.

Serve, dunque, un radicale cambiamento di rotta.

Abbiamo messo in campo le nostre proposte su cui sfidare il governo. Si fermino.

Predispongano subito un piano straordinario, sostenuto da risorse aggiuntive, finalizzato all’abolizione dei tagli e all’immissione in ruolo per docenti e amministrativi, tecnici e ausiliari, così come era previsto dalla legge finanziaria 2007.

Si pensi ad un’indennità di disoccupazione per due anni (pari al 60 per cento della retribuzione nel primo anno e al 50 per cento nel secondo) ai precari il cui contratto non possa essere in nessun modo rinnovato e che hanno lavorato per almeno 180 giorni nell’anno scolastico 2008/2009.

Ci si impegni e a garantire la maturazione del punteggio di servizio nelle graduatorie ad esaurimento.

E ci si adoperi a realizzare un incremento degli organici del personale ATA, per fare fronte ad una situazione di assoluta emergenza per la mancata apertura di molti plessi e sedi scolastiche e per l’impossibilità in molte istituzioni scolastiche di garantire la normale attività amministrativa e didattica di inizio anno scolastico.

Si faccia in modo, poi, che gli eventuali accordi regionali per il precariato rispondano a criteri d’intervento e di applicazione unitaria e, pertanto, che uno schema di convenzione sia discusso con la massima urgenza al tavolo di confronto della Conferenza unificata Stato/regioni. Con l’obiettivo esplicito che questi interventi prevedano comunque garanzie per tutto il personale precario della scuola, sia docente sia ATA.

Si garantisca davvero a tutti il diritto allo studio ed al successo scolastico, con un piano straordinario che assicuri borse di studio, libri gratuiti per i dieci anni della scuola dell’obbligo, mense e trasporti.

Un piano che si prenda cura del successo scolastico dei bambini diversamente abili e svantaggiati e la piena integrazione dei bambini immigrati, contrastando la dispersione e l’abbandono scolastico.

Ci si impegni ad evitare la chiusura delle piccole scuole in montagna e nelle isole minori, dove queste costituiscono presidio pubblico insostituibile per l’educazione dei bambini e per la comunità.

Si metta in campo un piano straordinaria di aggiornamento in servizio dei docenti, partendo dalla scuola media e dal biennio dell’obbligo, con priorità per la matematica, le discipline scientifiche e linguistiche.

Si studi un sistema di valutazione delle scuole e dei docenti, gestito da una «autorità esterna», riguardante docenti e dirigenti scolastici con l’obiettivo di individuare e diffondere le migliori esperienze e di incentivarle e di sostenere le situazioni di svantaggio.

Si avviino d’intesa con le regioni, da subito, sperimentazioni in varie province, per migliorare l’efficacia e l’efficienza della spesa per l’istruzione, lasciando le risorse risparmiate ai territori e alle scuole che le hanno realizzate, premiando cosi le realtà più virtuose.

Ci si impegni a riconoscere l’apprendimento per tutta la vita come diritto di ogni cittadino. Ecco il nostro riformismo.

Ma non si può parlare di riforma senza una riflessione di più lungo respiro sui problemi che impongono il cambiamento. Per capire in che direzione occorre spingere la nostra iniziativa.

Dobbiamo riconoscere che la scuola sta perdendo il carattere di innovazione sociale che ha avuto fino agli anni Settanta. Per ragioni diverse.

Perché è profondamente cambiato il rapporto tra le conoscenze trasmesse a scuola e quelle apprese fuori da essa.

La scuola pubblica è nata come istituzione quasi monopolistica del sapere, in una società povera di altre “fonti” formative. Oggi la situazione è rovesciata: la scuola opera in una società complessa, in competizione con molte altre occasioni e momenti formativi. Le conoscenze che la scuola dispensa, sono, o appaiono, spesso arretrate rispetto a quelle che gli studenti e le loro famiglie ricevono da altre fonti.

Altra ragione. La scuola deve fare i conti con quello che appare un vuoto di autorità. Fino a qualche anno fa la figura dell’insegnante aveva un prestigio sociale di primo piano. Si trattava di uno status che prescindeva dallo stipendio che un professore o un maestro poteva percepire ma che aveva a che fare con la nobiltà della loro funzione. Con il riconoscimento dell’importanza del sapere come elemento decisivo nella formazione e nella vita delle persone.

Oggi la realtà è diversa. In una società abituata a misurare il successo sul livello del reddito gli insegnanti hanno visto ingiustamente consumare il loro ruolo e la loro posizione nella scala sociale in modo proporzionale al valore delle loro retribuzioni.

Ma c’è un’altra ragione più sottile ma altrettanto importante.

Il discredito di tutto ciò che è pubblico, di tutto ciò che è riferibile allo stato, alle sue inefficienze, ai suoi ritardi, alle sue incrostazioni si riversa sulla scuola. E ingiustamente sui docenti che negli anni hanno visto ridotta la loro considerazione sociale anche per questo motivo.

E fa rabbia che la più dolorosa e intollerabile delle offese oggi venga dall’interno dello stato. Da quei ministri che bollano come fannulloni donne e uomini che dedicano la loro vita alla scuola in cambio di meno di 1.200 euro al mese.

Infine un altro elemento su cui riflettere.

Parlo di ciò che significa scuola nella società complessa. Parlo della parcellizzazione ed estensione delle conoscenze che non sappiamo padroneggiare e tradurre in scuola.

Parlo della società multiculturale e del grande tema, al quale ho fatto cenno, dell’integrazione.

Parlo del fatto che sui banchi di scuola sono arrivati, in carne ed ossa, i figli di altri mondi. In questo anno scolastico sono 700.000 gli studenti stranieri. E noi non sappiamo ancora come fare spazio alle loro storie rivalutando e ripensando la nostra.

Se c’è una grave emergenza educativa; se si sta sgretolando il senso delle nostre comunità; se fatichiamo anche solo a condividere un’idea di bene comune come bene di tutti, allora pensiamo da dove è possibile ripartire per cambiare le cose.

La nostra risposta è un Patto Educativo. Un patto che deve coinvolgere tutti. Ovviamente è in campo la scuola, ovviamente sono in campo i luoghi educativi. Ma prima ancora deve essere in campo la città nel suo insieme, la comunità nazionale nel suo insieme: scuola, famiglie, associazioni, parrocchie, sport, università, assessorati ai giovani.

E queste realtà devono operare in rete. Perché passare valori e conoscenze e senso della vita, senso della comunità, senso del futuro, alle nuove generazioni è compito di tutti ed è possibile solo farlo con forte patto di corresponsabilità.

E questo patto educativo va messo in cima alla lista delle priorità della politica. Perché il sapere, la cultura, la cura e la formazione dei nostri figli sono la risorsa più preziosa di cui l’Italia dispone.

L’Italia non ha altre possibilità nella competizione globale che investire sull’intelligenza. Sulla creatività. Sui saperi. Sulla qualità. Sul merito. Sulle potenzialità dei nostri talenti.

Ma è la scuola il luogo in cui questa potenzialità si coltiva e si sviluppa. La scuola è il più importante patrimonio pubblico. Una scuola capace di offrire a tutti le stesse occasioni. Le stesse opportunità. Una scuola capace di preparare il futuro. Il futuro dei nostri figli come nuovi cittadini.

Ma anche il futuro di cose molto concrete: il lavoro, la convivenza, l’integrazione, la prevenzione sanitaria, la pace sociale, la pace religiosa.

Pensiamo a quale importanza abbiano avuto, nella vita di ognuno di noi, quegli anni passati in aula, tra compagni e compagne, per capire, discutere, imparare, crescere. Quegli anni sono una risorsa fondamentale. Essenziale. Sprecarli vuol dire ipotecare una vita. Noi vogliamo un’Italia che traduca in scuole di qualità quella che è da secoli la sua vocazione e la sua forza: essere un paese vivace, ricco di storia e di creatività, di cervelli e di talenti.

Scuole di qualità significa didattica ma anche non lavorare in edifici che cadono a pezzi. Per questo pensiamo ad una cosa molto concreta: l’edilizia scolastica. Anche qui sfidiamo il governo. Hanno proposto il piano casa per rimettere in moto l’economia riattivando il volano dell’edilizia, anche a costo di devastare il territorio.

Noi rilanciamo: un grande piano di manutenzione straordinaria di tutte le scuole italiane, che potrebbe essere finanziato anche attraverso l’esclusione, finalizzata alle scuole, dei vincoli del patto di stabilità che blocca gli investimenti degli enti locali. Mettiamo in cantiere un piano straordinario per la messa a norma degli edifici. Per il risparmio energetico e l’utilizzazione di fonti alternative.

Per la realizzazione di strutture, laboratori, attrezzature didattiche. Un piano del genere farebbe lavorare le imprese ma sarebbe anche un passo decisivo per la ricostruzione di quello spazio pubblico il cui valore sociale va ben oltre la scuola.

La rete delle scuole italiane così ristrutturata potrebbe diventare il più forte presidio dell’idea stessa di comunità. Una rete di edifici pubblici che dovrebbero restare aperti il pomeriggio. Uno spazio aperto, oltre alla didattica, alla vita dei giovani, delle famiglie. Alle iniziative culturali. Alla formazione in senso più ampio. A quella educazione alla cittadinanza e alla legalità che in tante aree del nostro paese continua ad essere un’emergenza. Luoghi privilegiati per ricostruire legami, appartenenza, identità, integrazione.

Del resto, nella nostra storia, questa funzione la scuola l’ha avuta.

Parlo dell’esperienza mia e della mia generazione.

A scuola è cominciato il mio impegno. Prima nel consiglio di classe e poi nel consiglio di istituto.

E già nel linguaggio ideologico di quegli anni ponevamo il tema dell’agibilità politica, dell’esigenze di usare gli edifici scolastici fuori dall’orario di lezione. Del resto a scuola si parlava non solo di noi, del nostro futuro. Di quello che avremmo fatto da grandi. Ma ci si occupava degli altri. Del mondo.

Quella stagione è alle spalle. Per molti il tradimento della politica è stato più forte dei sogni di quegli anni. Ma ogni generazione ha diritto alla sua speranza. Al suo futuro.

Adesso aiutiamo i nostri figli, le nuove generazioni.

E il modo più onesto per farlo è garantire loro niente di meno di ciò che abbiamo avuto noi. E se possibile qualcosa di più.

E allora più scuola. E una scuola migliore, cioè capace di corrispondere alle sfide del nostro tempo.

Tra queste ne indicherei soprattutto una, che per ora rimane fuori dalla prospettiva delle nostre scuole: costruire la nuova identità di cittadini europei.

L’Europa è il nostro orizzonte. E allora anche la scuola va pensata in quella prospettiva.

Lo abbiamo fatto per i diritti civili, per i diritti politici, per le merci, per la moneta, per il parlamento, lo stiamo facendo per le regole della concorrenza e del mercato del lavoro, del fisco, della sicurezza. Lo dobbiamo fare per la scuola.

I Trattati europei su cui si regge la comunità di 27 stati non prevedono ancora una vera politica europea per la scuola e per l’università.

Ma se l’Europa comunitaria non prevede una scuola europea non è però detto che i popoli e i governi non possano insieme, con decisioni multilaterali, decidere di organizzarsi come se le regole ci fossero già.

La mia proposta è che ci si attivi per costruire un Liceo Europeo. Un liceo dove studenti di tutta la Comunità studino allo stesso modo, con il medesimo obiettivo, con la possibilità di scambiarsi il banco e i professori. Mi piacerebbe che tra cinque anni in tutti i paesi europei un nostro figlio possa scegliere di iscriversi al liceo europeo, o ad uno dei suoi indirizzi, sapendo di entrare a fare parte di coloro che pensano europeo e che concepiscono il mondo come ad un solo mondo, comune.

Non un liceo che studia cose in più, ma semplicemente un liceo comune a tutti i giovani europei, che possano frequentarlo anche cambiando nazione nei diversi anni di corso.

Perché nulla più di una scuola comune può aiutare a superare le frontiere che ancora esistono nella mentalità e nella visione del mondo.

E poi sarebbe giusto pensare ad un Erasmus per i giovani tra i 16 e i 18 anni: per cui tutti possano passare un semestre in un altro liceo europeo. Un Erasmus europeo alla portata di tutti, che non sia un gioco o un passatempo per figli di papà, ma il modo per rimettere in moto l’ascensore sociale, per rimescolare le carte.

Scuola, università e ricerca.

Non ci stancheremo di ripetere che è in quella direzione che dobbiamo cercare il nostro futuro. Che solo la trasmissione dei saperi, l’innovazione culturale, la formazione delle capacità delle persone possono sostenere il nostro sviluppo economico.

Poche parole sull’università, tema che toccherò anche in altre tappe del mio viaggio attraverso l’Italia, quando affronterò il tema della valorizzazione dei nostri talenti e quando poi tornerò qui nel Sud per parlare ai giovani.

Anche all’università, come alla scuola, servono soprattutto due cose: risorse e certezze.

E allora anche qui. La prima cosa è cancellare la logica dei tagli.

Per questo abbiamo proposto di destinare 1 miliardo di euro al sistema universitario, di cui 600 milioni per cancellare i tagli e 400 milioni destinati esclusivamente ai più giovani: studenti, dottori di ricerca, ricercatori precari

Risorse significa soprattutto finanziare il merito, la qualità, l’eccellenza. Ci sono molte più realtà di quanto non si creda. Per questo abbiamo proposto una quota del 20 per cento di finanziamento premiale sulla base della qualità dei risultati ottenuti nella didattica e nella ricerca da ciascuna università.

E pensiamo anche alla defiscalizzazione delle donazioni alle università.

Chiediamo, infine, che il finanziamento della ricerca di interesse nazionale avvenga con sistemi internazionali di valutazione.

Ma quanti giovani ricercatori sono costretti a partire perché il nostro paese non investe su di loro?

Lo diciamo da troppo tempo. E’ arrivato il momento di mettere in campo misure concrete. Anche qui abbiamo fatto le nostre proposte in Parlamento.

La defiscalizzazione contributiva per chi assume dottori di ricerca a tempo indeterminato e riduzione dell’IRPEF per gli interessati.

La riduzione del lavoro precario: una sola tipologia di contratto di ricerca e didattica integrativa, riservato a dottori di ricerca per un massimo di sei anni, con coperture previdenziali e assicurative analoghe ai lavoratori a tempo determinato.

Il finanziamento nazionale dei migliori progetti di giovani dottori di ricerca, comprensivo delle spese di personale. I vincitori scelgono l’università in cui condurre la propria ricerca.

Il criterio del merito, come ho detto, deve essere il baricentro di ogni discorso sulla formazione. Merito degli studenti.

E merito dei docenti, per i quali, a tutti i livelli, il criterio della valutazione indipendente, e non dell’anzianità, deve essere la regola organizzativa, la base per la differenziazione delle retribuzioni.

Una valutazione che deve riguardare i singoli ma anche gli istituti e deve diventare il criterio per il mantenimento in vita di corsi e facoltà.

E anche parlando di università voglio inquadrare il discorso in un orizzonte europeo. Perché i nostri figli sono già cittadini dell’Europa.

Nella mozione che accompagna la mia candidatura c’è la proposta per i giovani studenti un anno di presenza all’estero finanziata. Ma anche incentivi a studenti stranieri per studiare in Italia.

Mobilità. E’ una parola che dovremmo abbinare a università.

Mobilità anche interna: uno scambio fra studenti e professori di scuola e università del Nord e del Sud per rafforzare esperienze e culture comuni.

E questa mobilità, può essere la cifra qualificante del nostro sistema 3+2.

Ma questa si realizza favorendo progetti didattici comuni fra le diverse Università, Progetti complementari fra le Università del nord e del sud.

Si garantisce attraverso la proiezione delle università italiane nel contesto internazionale, favorendo soprattutto per i corsi di laurea triennale e magistrale i corsi di lingua inglese per attirare studenti stranieri.

E poi dobbiamo fare in modo che le nostre università si pongano all’interno di progetti didattici a livello internazionale.

In altre parole anziché giocare le università le une contro le altre è il momento di fare e consolidare il sistema, proiettandolo all’esterno, accettando la sfida della competizione globale.

Ecco. Rompere il guscio duro della conservazione, dei privilegi, dei pregiudizi. Recuperare ritardi. Dare stabilità e certezze al nostro sistema educativo.

Non riusciremo a fare tutte queste cose senza la passione civile, il coraggio, e la pazienza degli educatori. Senza la profonda umanità di queste donne e di questi uomini nelle mani dei quali mettiamo il futuro dei nostri figli.

I buoni maestri.

Ne ho incontrato uno, tanti anni fa, proprio qui a Napoli. Mi raccontò una storia a cui non volevo credere. Mi raccontò di bambini di questa città che non avevano mai visto il mare. Bambini che non erano mai entrati in una classe e che erano stati abituati ad avere più paura della scuola che della Polizia. La paura di quei bambini era ed è il terreno di coltura dell’illegalità e del crimine. Ma era ed è anche la cattiva coscienza dello stato, dell’assenza delle istituzioni, delle omissioni delle politiche pubbliche. Di chi quei bambini non doveva lasciare soli.

E questo è il mio impegno: saremo accanto a quei bambini.
Saremo al fianco di quei buoni maestri.
Perché è ora che la politica cambi se stessa per cambiare davvero il Paese.
Senza rinvii, senza promesse per un tempo lontano, ma cominciando subito.
Adesso.

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