Diamo un senso a questa scuola

ottobre 14, 2009 di scuolaoggi, in proposte del PD.

Diamo un senso a questa scuola
Documento a sostegno della candidatura di Pierluigi Bersani a Segretario del Pd
“Il Paese chiede molto alla scuola italiana. È chiamata ad aiutare la mobilità sociale, a mantenere unito il Sud e il Nord, a coltivare e
praticare l’accoglienza degli immigrati, a rilanciare l’educazione permanente, a ripensare l’insegnamento tecnico per adeguarlo ai
modi di produzione contemporanei. Per questo bisogna anche aiutare la scuola a cambiare: lontana dalle burocrazie ministeriali e
ricca di autonomie, pronta a riconoscere i meriti, capace di valutare i progressi raggiunti rispetto ai livelli di partenza, generosa nel
restituire motivazione civile e professionale ai docenti. Scuola, università e ricerca sono la prima fonte di energia per il Paese.”
Così recita la mozione Bersani e anche per questo noi, donne e uomini che si occupano a vario titolo di scuola, abbiamo deciso di
sostenerlo per l’elezione del segretario del Pd del 25 ottobre. Siamo fortemente convinti di quanto affermato in un documento di tutto
il Pd lombardo: “la vera, grande discriminante tra una concezione conservatrice ed una riformatrice e progressista sta
nell’assunzione o meno di questa priorità: tenere insieme nel sistema pubblico di istruzione e formazione equità ed efficacia,
inclusione e valorizzazione delle eccellenze”.
In una delle sue prime interviste il Ministro Gelmini ha affermato che si sarebbe fatta guidare dalle parole d’ordine “merito”,
“autonomia”, “valutazione”. Poi sono arrivati il grembiulino, il voto in condotta e la maestrina dalla penna rossa e soprattutto quasi
otto miliardi di tagli orizzontali in tre anni: una cura da cavallo che rischia di uccidere il malato e per giunta somministrata a tutti
indiscriminatamente senza assumersi l’onere politico di valutare dove, cosa, come e se tagliare. Di fronte a questo comportamento, il
Partito Democratico ha due possibilità: sostenere che il malato non esiste e che la scuola italiana gode di ottima salute, oppure
contrapporre ad un centrodestra che propone come rimedio tagli indiscriminati e ritorni al passato una linea realmente capace di
innovazione ed equità e di finalizzare ad esse investimenti e risparmi.
La difficoltà è proprio questa: far comprendere agli Italiani che il Pd vuole occuparsi di scuola pensando certo a tutti i soggetti
“interni” al sistema interessati al suo buon funzionamento (insegnanti, dirigenti, personale), ma prima di tutto pensando alle famiglie,
agli studenti e al progresso sociale e civile del Paese. Ricercando il confronto e quando possibile l’ accordo con i sindacati e le
organizzazioni professionali, che hanno lo specifico compito di rappresentare gli operatori della scuola in quanto lavoratori e in
quanto tecnici specializzati, ma in completa autonomia, che deve valere anche nei confronti dell’Amministrazione centrale e
periferica.
Bersani, per la sua capacità di visione e per le battaglie che ha condotto fino ad oggi, è colui che più di altri può raccogliere questa
sfida. Ha già dimostrato concretamente di saper contrastare interessi costituiti e rendite di posizione e siamo certi saprà farlo anche
per raggiungere gli obiettivi che chi ha a cuore una scuola di qualità ha il dovere di perseguire.
Riteniamo un errore drammatico mettere in contrapposizione, come fa il Governo, il mondo della scuola e gli studenti e le famiglie
che la frequentano: una qualsiasi riforma non si potrà mai fare senza, a prescindere da, o, peggio, contro gli insegnanti. Ma è
altrettanto insensato pensare che una riforma vada bene solo se tanto rassicurante da lasciare sostanzialmente le cose come
stanno in un momento in cui è evidente il calo di motivazione e il drastico mutamento nelle modalità di apprendimento dei nostri
giovani.
C’è nella scuola non da oggi una parte significativa di docenti che è ben cosciente di queste esigenze e che si concepisce non solo
come puro esecutore indifferente al risultato del suo lavoro, ma come professionista, come progettista di percorsi formativi. Per
questo vuole che gli sia riconosciuto il diritto di poter crescere (nelle mansioni e nella retribuzione) nel corso della propria carriera
lavorativa, che vuole le nuove tecnologie nelle classi, che vuole stare a scuola in uffici idonei non solo per le 18 ore in cui sta in aula,
che ritiene suo sacrosanto diritto che il suo lavoro venga valutato e valorizzato, premiando impegno e risultati conseguiti. Per questo
non accetta più che il proprio percorso di assunzione avvenga un meccanismo anonimo ed ingiusto come l’attuale.
Un partito come il nostro deve “aiutare la scuola a cambiare” lavorando perché cresca, nella scuola e fuori dalla scuola, il consenso
necessario affinché questa esigenza di cambiamento venga riconosciuta come interesse generale, strumento indispensabile di
libertà e coesione sociale. Razionalizzare le risorse, eliminare gli sprechi, reinvestire i risparmi in questa operazione, richiedere
nuove risorse finalizzandole a risultati chiari e misurabili è possibile e necessario.
Abbiamo sintetizzato gli obiettivi prioritari raggruppandoli in quattro grandi aree: riconoscimento dei meriti, valorizzazione della
professionalità dei docenti, piena attuazione dell’autonomia scolastica e valutazione del sistema. Nelle schede che seguono
proponiamo un primo approfondimento sulle priorità che abbiamo individuato.
per adesioni manda una mail a campione.marco@gmail.com

Documento a sostegno della candidatura di Pierluigi Bersani a Segretario del Pd di Marco Campione

“Il Paese chiede molto alla scuola italiana. È chiamata ad aiutare la mobilità sociale, a mantenere unito il Sud e il Nord, a coltivare e praticare l’accoglienza degli immigrati, a rilanciare l’educazione permanente, a ripensare l’insegnamento tecnico per adeguarlo ai modi di produzione contemporanei. Per questo bisogna anche aiutare la scuola a cambiare: lontana dalle burocrazie ministeriali e ricca di autonomie, pronta a riconoscere i meriti, capace di valutare i progressi raggiunti rispetto ai livelli di partenza, generosa nel restituire motivazione civile e professionale ai docenti. Scuola, università e ricerca sono la prima fonte di energia per il Paese.”

Così recita la mozione Bersani e anche per questo noi, donne e uomini che si occupano a vario titolo di scuola, abbiamo deciso di sostenerlo per l’elezione del segretario del Pd del 25 ottobre. Siamo fortemente convinti di quanto affermato in un documento di tutto il Pd lombardo: “la vera, grande discriminante tra una concezione conservatrice ed una riformatrice e progressista sta nell’assunzione o meno di questa priorità: tenere insieme nel sistema pubblico di istruzione e formazione equità ed efficacia, inclusione e valorizzazione delle eccellenze”.

In una delle sue prime interviste il Ministro Gelmini ha affermato che si sarebbe fatta guidare dalle parole d’ordine “merito”,  “autonomia”, “valutazione”. Poi sono arrivati il grembiulino, il voto in condotta e la maestrina dalla penna rossa e soprattutto quasi otto miliardi di tagli orizzontali in tre anni: una cura da cavallo che rischia di uccidere il malato e per giunta somministrata a tutti indiscriminatamente senza assumersi l’onere politico di valutare dove, cosa, come e se tagliare. Di fronte a questo comportamento, il Partito Democratico ha due possibilità: sostenere che il malato non esiste e che la scuola italiana gode di ottima salute, oppure contrapporre ad un centrodestra che propone come rimedio tagli indiscriminati e ritorni al passato una linea realmente capace di innovazione ed equità e di finalizzare ad esse investimenti e risparmi.

La difficoltà è proprio questa: far comprendere agli Italiani che il Pd vuole occuparsi di scuola pensando certo a tutti i soggetti “interni” al sistema interessati al suo buon funzionamento (insegnanti, dirigenti, personale), ma prima di tutto pensando alle famiglie, agli studenti e al progresso sociale e civile del Paese. Ricercando il confronto e quando possibile l’ accordo con i sindacati e le organizzazioni professionali, che hanno lo specifico compito di rappresentare gli operatori della scuola in quanto lavoratori e in quanto tecnici specializzati, ma in completa autonomia, che deve valere anche nei confronti dell’Amministrazione centrale e periferica.

Bersani, per la sua capacità di visione e per le battaglie che ha condotto fino ad oggi, è colui che più di altri può raccogliere questa sfida. Ha già dimostrato concretamente di saper contrastare interessi costituiti e rendite di posizione e siamo certi saprà farlo anche per raggiungere gli obiettivi che chi ha a cuore una scuola di qualità ha il dovere di perseguire.

Riteniamo un errore drammatico mettere in contrapposizione, come fa il Governo, il mondo della scuola e gli studenti e le famiglie che la frequentano: una qualsiasi riforma non si potrà mai fare senza, a prescindere da, o, peggio, contro gli insegnanti. Ma è altrettanto insensato pensare che una riforma vada bene solo se tanto rassicurante da lasciare sostanzialmente le cose come stanno in un momento in cui è evidente il calo di motivazione e il drastico mutamento nelle modalità di apprendimento dei nostri giovani.

C’è nella scuola non da oggi una parte significativa di docenti che è ben cosciente di queste esigenze e che si concepisce non solo come puro esecutore indifferente al risultato del suo lavoro, ma come professionista, come progettista di percorsi formativi. Per questo vuole che gli sia riconosciuto il diritto di poter crescere (nelle mansioni e nella retribuzione) nel corso della propria carriera lavorativa, che vuole le nuove tecnologie nelle classi, che vuole stare a scuola in uffici idonei non solo per le 18 ore in cui sta in aula, che ritiene suo sacrosanto diritto che il suo lavoro venga valutato e valorizzato, premiando impegno e risultati conseguiti. Per questo

non accetta più che il proprio percorso di assunzione avvenga un meccanismo anonimo ed ingiusto come l’attuale.

Un partito come il nostro deve “aiutare la scuola a cambiare” lavorando perché cresca, nella scuola e fuori dalla scuola, il consenso necessario affinché questa esigenza di cambiamento venga riconosciuta come interesse generale, strumento indispensabile di libertà e coesione sociale. Razionalizzare le risorse, eliminare gli sprechi, reinvestire i risparmi in questa operazione, richiedere nuove risorse finalizzandole a risultati chiari e misurabili è possibile e necessario.

Abbiamo sintetizzato gli obiettivi prioritari raggruppandoli in quattro grandi aree: riconoscimento dei meriti, valorizzazione della professionalità dei docenti, piena attuazione dell’autonomia scolastica e valutazione del sistema. Nelle schede che seguono proponiamo un primo approfondimento sulle priorità che abbiamo individuato.

1. Riconoscimento dei meriti. Oggi il merito è escluso dalla scuola
italiana: non è valorizzato il merito degli studenti, che
frequentano una scuola ancora di classe che espelle uno studente su
cinque (come testimoniano tutte le indagini nazionali e
internazionali) e porta ai massimi livelli di istruzione in gran
prevalenza chi appartiene ai livelli più alti della scala sociale; non
è valorizzato il merito degli insegnanti, che sono trattati come un
qualsiasi altro dipendente pubblico: reclutati con le modalità di un
dipendente pubblico e per di più retribuiti meno degli altri
dipendenti pubblici di pari livello di istruzione.
Va aggredito il fenomeno dell’abbandono e dell’insuccesso scolastico;
in Italia (con fenomeni che interessano anche il Nord del
Paese) circa il 20% di chi si iscrive in prima superiore abbandona la
scuola senza un titolo, nemmeno triennale: una vera emergenza
nazionale di cui quasi nessuno parla! Certamente non ne parlano i
cantori dei bei tempi andati, convinti che il segno della scuola di
oggi sia il lassismo e il permissivismo e che non si faccia selezione.
Valorizzare il merito vuol dire anche ripensare le nostre scuole:
metterle in sicurezza, ovviamente, ma anche adeguarle ai cambiamenti
che sono intervenuti: scuole con laboratori moderni, aule di
musica, biblioteche e aule con PC e Internet, spazi di aggregazione,
ma anche uffici per gli insegnanti perché possano restare a
scuola fuori dall’orario di lezione.

2. Valorizzazione della professionalità dei docenti. Questa passa
attraverso due innovazioni organizzative. La prima: dare
organicità alla “filiera” formazione iniziale, reclutamento,
formazione in servizio. “Occorre selezionare le persone più preparate,
formarle, stimolarle, valorizzarle, verificarne i risultati, premiare
le performance migliori” al fine di avere “non il maggior numero di
insegnanti, ma i migliori insegnanti possibili” e per fare questo
vanno ripensati gli strumenti di selezione “rozzi e inefficaci” quali
il concorso, “quasi esclusivamente basato su competenze disciplinari e
non sufficiente a decidere se il vincitore sarà, oppure no, un
valido insegnante” [cfr. “Malascuola” di Claudio Cremaschi (2009, ed.
Piemme)]. Per quanto riguarda la formazione in servizio, a
nostro avviso questa dovrà essere obbligatoria, analogamente a quanto
avviene per altre professioni, riguardare sia i dirigenti che gli
insegnanti e per questi ultimi non dovrà essere esclusivamente
attenente la disciplina insegnata.
La seconda innovazione riguarda la valorizzazione economica (che – a
parte gli scatti di anzianità previsti dalla contrattazione
nazionale – non dovrà più essere automatica, ma subordinata alla
valutazione) e la progressione di carriera. Molte sono le proposte
avanzate in questi anni sulle modalità per arrivare a questo obiettivo
e non è questa la sede dove sposarne una piuttosto che
un’altra. Quanto ci preme sottolineare è che questo passaggio non è
più rinviabile e che non potrà avvenire con interventi spot, quali
quelli ipotizzati da questo Governo, ma dovrà rappresentare un
radicale mutamento del modello organizzativo della scuola italiana.

3. Piena attuazione dell’autonomia scolastica. L’autonomia ha
rappresentato la più importante innovazione di sistema introdotta
nella scuola italiana. Ha rappresentato un volano formidabile per il
cambiamento, che ha consentito alla scuola italiana di restare in
piedi in questi anni di forte crisi del modello educativo e formativo,
grazie agli elementi di flessibilità che è stato possibile introdurre.
Oggi, a più di dieci anni dalla sua introduzione, l’autonomia non solo
non è pienamente attuata, ma è spesso osteggiata da chi
dovrebbe comunque rispettare una legge dello Stato e un livello (le
autonomie scolastiche) che – giova ricordarlo – ha dignità
costituzionale. Mentre, infatti, le scuole hanno faticosamente
sviluppato una propria cultura progettuale, l’Amministrazione ha
continuato a imporre modelli organizzativi, se non addirittura
pedagogici, centralizzati di cui il “ritorno al maestro
unico/prevalente” rappresenta solo l’ultima esemplificazione.
Al contrario, sarebbe necessario: modificare il criterio per
l’assegnazione delle risorse, che deve avvenire con un budget
assegnato e pochi vincoli; ridisegnare la governance degli istituti autonomi;
assegnare alle scuole la piena responsabilità della progettazione
disciplinare per il conseguimento delle competenze indicate nei LEP;
ripristinare l’organico funzionale (abolito de facto); normare con
legge ad hoc le reti di scuole, che supportino il lavoro delle singole
istituzioni scolastiche con la possibilità di delegare ad esse
alcune funzioni; riconoscere compiti di rappresentanza alle
associazioni delle scuole autonome.
In questo quadro, importante ed urgente è il completamento
dell’attuazione del Titolo V della Costituzione, che trasferisce alle
Regioni le competenze sull’insieme dei servizi scolastici offerti sul
territorio, lasciando allo Stato quelle di indirizzo generale e di
controllo. La piena assunzione di responsabilità da parte delle
Regioni potrà consentire di identificare i comportamenti virtuosi e
intervenire su quelli in cui i costi si allontanano troppo da quelli
standard, nonché di fare interventi perequativi sulle situazioni di
reale bisogno, ma rigorosamente controllati.

4. Valutazione del sistema. Fino ad ora ci si è limitati agli annunci.
Ed è un peccato perché potrebbe essere l’innovazione che
darebbe inizio a quella rivoluzione prima di tutto organizzativa di
cui la scuola ha urgente bisogno. Potrebbe avere sul medio periodo
lo stesso effetto vela per il cambiamento che (pur con i suoi limiti)
ha avuto l’autonomia scolastica. E ne sarebbe il suo naturale
completamento. Un’effettiva autonomia degli istituti scolastici
implica infatti necessariamente che lo Stato faccia un periodico
monitoraggio dei risultati da questi ottenuti, sia nell’ottica di
garantire ai cittadini che le singole istituzioni adempiano
efficacemente alla funzione cui sono preposte, sia per identificare eventuali
criticità sulle quali intervenire o esempi di buone pratiche da
premiare, valorizzare e “modellizzare”.
La valutazione dovrebbe essere sia interna che esterna. Per quanto
riguarda quella interna, dovrebbe essere affidata ad un mix
di attori: il dirigente, il comitato di valutazione composto da
docenti “senior” e utenti (famiglie e studenti), che – almeno in un
primo momento - si potrebbero limitare a definire gli elementi di
valutazione, senza poi valutare essi stessi. Per la valutazione
esterna ci si dovrà affidare ad un ente autonomo dal Ministero che operi secondo il
principio del “valore aggiunto”, sul modello di quanto
ipotizzato dal documento Invalsi curato da Checchi, Ichino e
Vittadini, quindi: «La valutazione delle scuole [deve] fondarsi su una
misurazione dell’apprendimento degli studenti che tenga conto delle
condizioni di partenza e di contesto in cui gli studenti vivono e le
scuole operano».
-- Marco Campione www.marcocampione.it

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