MA CHE TAGLI D’EGITTO!

Corrispondenza dal Cairo di Francesco Marches

Tagliare per ridurre le spese; questo è il ritornello che in questi ultimi anni, ha scandito la politica e la gestione delle scuole e della formazione nel territorio italiano e all’estero.

Nello scorso Dicembre si sono svolte le prove per di accertamento linguistico, per il personale da inviare nelle scuole italiane all’estero, attraverso una selezione per titoli ed esami che periodicamente (circa ogni 4 anni) il MAE bandisce.

Superando le prove anzidette, ed integrando le graduatorie con i titoli posseduti, si ha la possibilità di svolgere una esperienza di lavoro nuova, intrigante, affascinante, a tratti dura ed incerta, ma sempre utile ed irripetibile, nel campo della formazione (Scuole elementari, medie e superiori, Lettorati, Corsi di lingua italiana etc); solamente gli alunni che frequentano le scuole italiane o le sezioni italiane presso scuole straniere ed europee, dalle scuole dell’infanzia alle secondarie di II grado, sono più di 30.000.

Si tratta di cambiare completamente vita per un periodo, per trasferirsi in un altro Paese, diverso, a volte lontano e sconosciuto. Per chi ha la possibilità poi di andare a vivere in un posto molto diverso dalla propria abituale dimora, allora tutto diventa nuovo, avvincente, da capire e scoprire.

Insegnare a ragazzi di lingua e Paesi diversi dal proprio significa trasmettere conoscenze, sviluppare abilità e competenze, ma anche formare e trasformare se stessi. Qui l’alunno non è un soltanto un soggetto da formare, istruire, ma diventa un anello di congiunzione, un vettore, tra il docente e la società ospitante. Tramite gli alunni, il docente può conoscere e cercare di capire la cultura del Paese straniero, può interagire e ottenerne dei feedback continui, può apprendere ed elaborare nuovi concetti e punti di vista.

In Italia il docente deve aiutare, incentivare e perseguire l’integrazione dell’alunno straniero; all’estero la dimensione si capovolge, lui diventa il diverso, colui che deve cercare di integrarsi  ricorrendo in prima battuta all’aiuto ed al supporto degli alunni. Il paradigma cambia, ma il rapporto con gli alllievi deve continuare a rimanere principalmente quello di guida, formatore e istruttore.

Gli usuali e periodici colloqui con le famiglie, o i rapporti con i colleghi, all’estero si trasformano in confronto tra diverse culture, società e a volte religioni.

Se poi capita, come nel mio caso, di insegnare in un Paese in pieno fermento culturale, politico e sociale (Egitto) allora l’esperienza diventa unica ed eccezionale.

Vivere un fenomeno come la “Primavera araba”, cercare di capire le dinamiche sociali che portano ad esso, dare dei giudizi, è possibile solamente stando a contatto con loro, con i loro ragazzi, con i sogni e le speranze degli adolescenti.

La produzione mediatica, che ha portato alla conoscenza del mondo le vicissitudini dell’Egitto e del mondo arabo in genere, spesso non è riuscita a fare piena chiarezza o a garantire obiettività su un fenomeno complesso, antico, difficile e molto incerto.

Ma il vivere a poche centinaia di metri da un luogo simbolo quale “Piazza Tahrir”, sentire da casa, magari mentre si studia per il concorso a Dirigente scolastico o si preparano le lezioni per l’indomani, le urla della gente che si scontra con la polizia e l’esercito, vedere al mattino le facce incredule e sconvolte di alcuni alunni (i cui genitori sono in piazza a protestare o hanno perso il lavoro a causa della crisi economica conseguente o del tracollo del settore turistico/ricettivo), quello si che ti colpisce, ti porta a riflettere e a cambiare completamente il tuo modo di pensare e di vivere.

L’offerta formativa dell’Istituto di istruzione secondaria italiano a cui sono stato destinato si rivolge principalmente a giovani egiziani, permettendo loro di conseguire un titolo di studio valido sia sul territorio egiziano che su quello italiano. Si tratta di formare le nuove generazioni, quelle che  scendendo in piazza e usando le immense risorse dei social networks come cassa di risonanza, sono state alla base della rivolta liberale e democratica iniziata il 25 gennaio dello scorso anno e che ancora manifesta i suoi effetti.

Le difficoltà per gli studenti non mancano: alcuni tra i 600 alunni che frequentano regolarmente la scuola abitano in quartieri periferici e giornalmente percorrono distanze enormi, con tempi di percorrenza anche di 2 ore a tratta; molti provengono da famiglie non molto agiate che spesso devono accedere a dei mutui o a dei prestiti di quartiere per fare studiare i propri figli nella scuola italiana; tutti, alla fine della scuola media e prima dell’ammissione, devono imparare almeno le basi di una nuova lingua quale l’italiano, frequentando dei corsi intensivi organizzati dalla scuola, con un impegno in aula di 5-6 ore al giorno, per cinque giorni alla settimana e per tutto il periodo estivo (luglio-agosto).

Ma, certamente, quello che non manca in questi alunni è la motivazione; non sono rari i casi in cui alla fine dell’anno si riscontrano alunni che non hanno fatto nessuna assenza!

Infine, la loro coesione, la capacità di fare gruppo e di appianare le differenze sociali ma soprattutto religiose, mi colpisce e nello stesso tempo mi affascina. Essi infatti, appartengono a diverse religioni (cristiani cattolici, cristiani copti e musulmani), ma convivono tranquillamente e si rispettano a vicenda, professando liberamente la loro fede religiosa nella chiesa o nella moschea appositamente allestita all’interno della struttura scolastica; quasi come se i problemi religiosi non esistessero tra i giovani, fossero cose che gli adulti creano non si capisce bene per quale oscuro motivo!

Fare scuola comunque in un clima di disordine sociale o scontri in alcune parti della città, non è facile, ti mette alla prova. Il non sapere se domani ci sarà scuola e per quanti giorni la tua scuola rimarrà chiusa (forse per l’intero anno), ti apre gli occhi, fa capire sia agli alunni e ai docenti che la “scuola” è un “privilegio” non necessariamente certo e/o possibile, affermando con forza la consapevolezza che la formazione e l’istruzione sono indispensabili.

Acquisire conoscenze, abilità e competenze, per potere confrontarsi con gli altri risulta una esigenza; migliorare le lingue una necessità per uscire dal proprio Paese, alla ricerca di una propria identità da formare, accrescere e riportare in patria; imparare l’italiano una opportunità troppo importante da non farsi sfuggire!

Nell’incertezza di come sarà il futuro, i ragazzi si aggrappano alla Scuola, considerandola come una seconda famiglia, come un luogo in cui sono protetti, aiutati, ascoltati, come l’unica possibilità per cambiare il loro futuro. Tutto ciò ci responsabilizza enormemente, ma nello stesso tempo ci da coraggio, ci gratifica per il lavoro svolto, ci rincuora e ci da speranza per il futuro della “Scuola” in genere e dei docenti.

Forse le spese che lo Stato deve affrontare per sovvenzionare la formazione all’estero sono ingenti; ma una oculata revisione delle politiche e delle strategie di gestione dei corsi e delle scuole italiane all’estero potrebbe consentire da sola di liberare nuove risorse economiche, permettendo anche di allocare in maniera più efficace ed efficiente le attuali risorse umane e strumentali.

Privare molti giovani stranieri della possibilità di un confronto dinamico e fattivo con la lingua e la cultura italiana è un errore e un lusso che non possiamo permetterci, soprattutto in un periodo come questo in cui bisogna assolutamente ricostruire e risollevare la posizione e l’immagine dell’Italia nel mondo.

Prof. Francesco Marchese

Istituto Tecnico “Don Bosco” del Cairo - Egitto