Chi sono gli insegnanti delle scuole superiori? Deboli vittime degli scherzi sadici di studenti
bulli? Incalliti assenteisti e doppiolavoristi? O, all’opposto, ammirevoli missionari che dedicano ogni istante ed energia all’educazione e al recupero di studenti incolti, turbolenti e deprivati? Molto di più (e molto altro) pare di capire dall’interessante pubblicazione curata per il Cisem da Alessandro Mattioli: “Il Mestiere di Insegnare. Diversi modi di interpretare la professione dell’insegnante nella scuola superiore (novembre 2009). Un lavoro realizzato a più mani, risultato di un processo di discussione costruttiva e critica sul tema della condizione degli insegnanti.
A poco più di tre anni dall’uscita della ricerca sull’istruzione secondaria superione nella provincia di Milano (La scuola vista dai protagonisti, 2006), coordinata da Roberto Biorcio e realizzata in collaborazione con l’ Istituto Iard, il libro riapre la discussione sulla questione docente, affrontandone le molteplici e non facili contraddizioni, e delineando cinque tipologie di professori e professoresse, cinque diversi modi di insegnare e intendere il proprio lavoro.

Lo scenario
La ricerca prende l’avvio, per poi liberarsene, da una serie di immagini stereotipate diffuse dai mass media e non solo. L’obiettivo: mettere in discussione l’idea spesso prevalente dell’insegnante medio superiore come “caso limite”. Da un lato il “missionario”: bravissimo, che fa tutto, e porta avanti la scuola nelle situazioni più impensate; all’opposto “il fannullone”: l’insegnante del tutto incapace, l’imbelle vessato e martirizzato. Sullo sfondo la vulgata pedagogica dell’insegnante visto come soggetto che deve fare un’infinità di cose, che confonde il dover essere rispetto alla realtà effettiva.
A fronte di questo, idea dei curatori è stata quella di decostruire queste immagini stereotipate e di cercare di capire come sono veramente gli insegnanti, partendo dal presupposto (suffragato dai dati) che essi non sono un corpo unico, ma ci sono vari modi di fare questo mestiere.

Lo strumento utilizzato per l’indagine e la sua ipotesi di fondo
E’ a partire da queste considerazioni che il gruppo ha analizzato i risultati emersi dal campione di 45 tra scuole superiori, statali e paritarie (più di un migliaio i questionari raccolti).
Dal questionario – che mirava a sondare vari aspetti dell’attività, del vissuto, delle opinioni – sono stati selezionati tre item in cui si chiedeva alle persone intervistate delle informazioni
a. sulle loro scelte professionali, e in particolare se l’attività di insegnante è un’attività che
avevano scelto o alla quale erano arrivati più o meno per caso
b. sulle motivazioni per cui proseguivano la loro attività di insegnante,
e infine di descrivere
c. quelle che ritenevano le competenze fondamentali di un buon insegnante di scuola superiore.
Questo, in breve, il quesito di fondo della ricerca: le motivazioni che hanno condotto a suo tempo gli insegnanti a scegliere (o ad intraprendere pur non avendo scelto) di insegnare e i significati che essi attribuiscono al continuare a svolgere questa attività possono contribuire a gettare luce sui loro effettivi comportamenti (sul come insegnano, valutano, si aggiornano / non si aggiornano, si rapportano con gli studenti) e sul livello di soddisfazione per i diversi aspetti del loro lavoro?

Cinque modi di essere un docente
Sulla base dei dati analizzati, viene ipotizzata l’esistenza di cinque tipi abbastanza ben differenziati di insegnanti: i professionisti, i tradizionali, i pragmatici, gli adattati, i parcheggiati.
Nell’intento dei ricercatori, la classificazione non vuole essere una graduatoria, se non per i due estremi dei “professionisti”, che sono gli insegnati più motivati e impegnati, e dei “parcheggiati”, i più stanchi e frustrati. Gli altri tre tipi sono da intendere come modi qualitativamente diversi di interpretare il mestiere di insegnare.

Il professionista: spesso donna, prevalentemente docente di materie umanistiche in un liceo, svolge il proprio lavoro, interpretandolo come un’attività professionale di tipo riflessivo. Mostra una elevata vocazionalità, credendo e dando valore alla professione che ritiene socialmente utile. Il gran uso di strumenti didattici differenti che utilizza si accompagna alla varietà della strumentazione valutativa (non solo sommativa ma anche formativa, come feedback per sé e per i propri studenti).
Aperto alle innovazioni e attento allo studente (alla sua soggettività, non solo alle prestazioni
meramente scolastiche) non rinuncia al conseguimento di elevati risultati. E’ il più soddisfatto dal rapporto con gli studenti, i colleghi, l’organizzazione.

Il pragmatico: più presente nei professionali, mostra forte disponibilità verso gli studenti per quanto riguarda gli aspetti sociali e umani, ma risulta meno interessato agli aspetti cognitivi. E’ un insegnate che ha “vocazione” per questa attività; le sue motivazioni, però, sono di natura più strumentale e non nasconde di apprezzare i vantaggi pratici che la professione offre (tempo libero, scarsa competitività…). Interpreta il proprio mestiere alla luce di un rapporto “artigiano/apprendista” e, forse non a caso, è spesso insegnante di materie applicative.

Il tradizionale: più spesso docente di liceo, per lo più donna, con forte vocazionalità, dà grande valore alla trasmissione dei contenuti disciplinari, meno alla dimensione psicologica della relazione e alle sue dinamiche interpersonali. Molto interessato all’aggiornamento disciplinare, ha passione per la propria materia, (passione che riesce a comunicare almeno in parte ai propri studenti, che percepisce “interessati e curiosi”), ma la tecnica didattica non è il campo che predilige. Usa infatti una gamma ristretta di strumenti didattici e valutativi, molta didattica “di cattedra”, pochissima attività in cui lo studente sia protagonista. Emerge, qui, una certa tendenza proiettiva: chi è interessato e curioso per la materia che insegna proietta sui ragazzi questa curiosità e questo interesse che probabilmente gli appartengono, percependoli come curiosi a loro volta.

L’adattato: spesso uomo, più giovane della media, è approdato per caso alla professione (dichiara di non averla scelta), la vive in una certa misura come un ripiego e non è molto soddisfatto della propria condizione. Si trova male all’interno dell’ambiente di lavoro, critica la direzione, i colleghi, l’ambiente anche fisico di lavoro. Disdegna tutto ciò che ha a che fare con la didattica. Tuttavia, pur dichiarandosi diffidente verso ciò che sa di pedagogismo o verbalismo didattico, dichiara di mettersi molto in gioco come persona non sottraendosi al confronto.

Il parcheggiato: ovvero sopravvivere alla meno peggio. Mentre le altre figure possono collocarsi a vari livelli all’interno dei diversi indicatori considerati, quest’ultimo tipo mostra di avere tutti gli indicatori ai livelli più bassi. Più anziano della media, soggetto maschio, molto presente negli istituti tecnici. Parlando della professione, dei giovani, della scuola in generale, è quello che dà le valutazioni più pessimistiche. L’interesse per la professione appare minimo; il rapporto con i giovani (che vede come totalmente negativi, incapaci di costruirsi un futuro, indisciplinati …) non produce in lui nessun tipo di gratificazione; non usa strumenti didattici raffinati (ne usa pochi e poco innovativi) ed è anche poco esigente. E’ il meno soddisfatto per tutti gli aspetti della professione. Forse non ha iniziato così, ma ora più che parcheggiato è scoppiato, burn out.

Per iniziare a riflettere
I cinque tipi si differenziano per quantità e qualità: sicuramente una differenza è data dalla quantità di impegno profuso nell’attività, ma anche importante è la differenza di tipo qualitativo, il modo in cui interpretano il proprio mestiere (differenze legate al tipo di didattica, alle modalità valutative, alla concezione che hanno degli studenti…). E’ possibile, tuttavia – e viene detto chiaramente – che i soggetti intervistati siano passati da una categoria all’altra, cambiando, nel tempo, la propria prospettiva. Come in una sorta di fermo immagine, l’indagine li ha presi in un certo momento.

La ricerca suggerisce almeno tre linee di riflessione (cui sicuramente se ne potranno aggiungere altre, nel corso di una più accurata analisi):

La prima, relativa alla valutazione.
Che la scuola debba garantire a tutti una qualità elevata, è fuori di dubbio. Ma, parlando di
valutazione dell’insegnamento, di politiche retributive legate al risultato e quant’altro, quello che emerge dall’indagine è che è molto difficile - proprio perché si è in presenza di una differenziazione pluridimensionale - fare delle graduatorie. Naturalmente dalla ricerca emerge che ci sono dei "bravi” e dei “cattivi”, ma in mezzo vi è una massa di insegnanti (probabilmente la maggioranza) che tutto sommato si impegnano e il mestiere lo fanno, certamente con stili diversi. Se, come è probabile, si dovranno introdurre anche valutazioni dell’attività di insegnamento ed eventualmente politiche retributive differenziate, credo che bisognerà tener conto di questa complessità e anche – in una realtà a prevalenza femminile - che la vita di un insegnante è fatta di varie fasi e che ci sono insegnanti che possono in una certa fase investire di più o investire di meno, cambiando la propria prospettiva. Da ultimo, offrire – e questi parcheggiati ce lo dicono chiaramente - delle uscite di sicurezza: è possibile, infatti, che questi insegnanti siano il prodotto di un sistema, e che lì arrivino
dopo un percorso di un certo genere che li ha portati a diventare quelli che sono.

La seconda, relativa alla formazione.
Siamo tutti d’accordo – questa e altre ricerche lo confermano – nel riconoscere la condizione di sofferenza dell’insegnante, derivante da uno status “declinante” della professione. Non è questione di “qui e ora” (anche negli altri paesi è cosa abbastanza diffusa), né è legata, credo, ai risultati poco lusinghieri diffusi dalle ultime indagini internazionali. Che pur ci sono e vanno considerati nella loro gravità. Semmai la vedrei legata ad una dissennata politica scolastica (bipartisan) che da tempo ormai mostra di non credere nella scuola e lega il concetto di “ progetto di riforma” a quello di “risparmio”. Ovvero un cammino di miglioramento senza la disponibilità di gambe adeguate.
Tuttavia, se la stima dell’insegnanti da parte dell’opinione pubblica è andata via via peggiorando, pochi sono disposti a dire che in fondo quella dell’insegnante è una figura inutile, di cui non si sente la necessità. Tutti, più o meno, anche quelli che attaccano gli attuali insegnanti, riconoscono che si tratta di una figura comunque importante.

Ma cosa richiede all’insegnante la società attuale? E ancora: che cosa deve fare, di che cosa si deve occupare la scuola? Su questo, è noto, non ci sono pareri condivisi. Pur non volendo qui approfondire un tema spinosissimo, vale la pena chiedersi se sia meglio puntare su una
professionalità complessa o concentrarsi sull’insegnare bene la singola materia? Istruire o prendersi cura? Portare avanti tutti o stimolare i migliori? Questi gli interrogativi centrali della nostra professione; gli interrogativi da cui muovere per progettare il tipo formazione che l’insegnante deve ricevere.
Atteso che sia vera la tipologia a cinque, domandiamoci a cosa tendere: a far sì che siano tutti professionisti? Non dobbiamo forse anche tener conto di alcune caratteristiche dei pragmatici? Non corrispondono forse un po’ di più alle caratteristiche della nuova popolazione scolastica.? Credo che, al di la delle proiezioni che i rispondenti all’intervista mettono in atto nell’interpretare le loro audience, i modi tradizionali di trasferire conoscenze siano (per ragioni che hanno a che vedere con la società e col crescere dei giovani al di fuori della scuola) sempre meno accettati dagli studenti. E’ ora di promuovere ripensamenti adeguati dei curricoli e della didattica. Di ripensare alla “formazione della personalità del futuro cittadino”, per citare John Dewey, aprendo all’uso delle tecnologie, a temi sociali attuali, ad una organizzazione scolastica più rispondente ai bisogni. A tutte quelle cose che alcuni considerano “fumose”, ma che sono nell’aspettativa latente degli studenti stessi. E’ ora di dare la giusta attenzione alla relazione e alla didattica interattiva nella formazione dell’insegnante, perche i ragazzi per crescere hanno bisogno responsabilità e motivazioni. La didattica frontale, i contenuti disciplinari (che, dichiaratamente nell’indagine, vanno per la maggiore perché gli unici che i docenti ora in servizio abbiano mai ricevuto o sperimentato) non pagano. Lo snodo per la nostra scuola passa da questa consapevolezza ed esige
investimenti per sostenere formazione, ricerca e sviluppo professionale.

La terza, relativa alla soddisfazione. Un problema anche di strategie?
La soddisfazione degli insegnanti. Come messo bene in luce da Franco Salsa, che è autore del capitolo dedicato al tema, è questione complessa. Collegata com’è alla discrasia tra ruolo e status (Biorcio, nell’introduzione), al disorientamento, alla qualità complessivamente scadente della preparazione degli studenti, all’innovazione vissuta dal singolo docente o dai gruppi strutturati come minaccia al potere soggettivo. Ma anche a una serie di mancanze: di sfide per il futuro e di investimenti da parte dei pubblici decisori; soprattutto, però, alla mancanza di consapevolezza che la popolazione scolastica è cambiata (e che è necessario mettere in dubbio stereotipi del “fare scuola” come una volta). Chi deriva la soddisfazione dalla trasmissione dei contenuti e da una preparazione disciplinare ritenuta indiscutibile, per sintetizzare ancora Salsa, mal sopporta un contesto in cui ci siano delle contestazioni e/o richieste di tipo relazionale. Vero è che il docente non deve fare lo “psicologo”; tuttavia, che egli debba “esserci con la testa e con il cuore”, e prendersi cura della relazione, non è slegato dal fatto che debba insegnare dei contenuti.
Il dilemma istruzione/prendersi cura non esiste. Esiste solo in una certa idea di insegnamento.
E non può essere una sorpresa scoprire in una vecchia ricerca di Vezzani, Tartarotti, (Benessere - malessere nella scuola. Una ricerca tra gli studenti della Scuola secondaria superiore, 1988), completa e ancora attuale, che una percentuale altissima di studenti collegano le difficoltà scolastiche con difficoltà di relazioni con gli insegnanti.

 

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